Categoria: <span>PERSONAGGI DI MONTEBELLO</span>

L’OFFICINA DELLE SPERANZE

[436] L’OFFICINA DELLE SPERANZE
Attilio Toniolo: l’uomo che insegnava a creare il futuro

Attilio Toniolo era un uomo d’altri tempi, di quelli che sapevano trasformare il ferro in arte e i ragazzi in uomini. La sua officina, modesta e ricolma dell’odore acre del metallo arroventato, era un luogo sacro per decine di giovani apprendisti che varcavano la soglia con mani inesperte e occhi carichi di speranza. La scuola che portava il suo nome non era solo un’officina: era una palestra di vita, dove si forgiavano caratteri prima ancora che ingranaggi o prodotti meccanici finiti.
Attilio era un uomo non molto alto, dal viso scavato e dalle mani segnate da anni di lavoro. La sua voce, ferma e sicura, sapeva incutere rispetto e infondere fiducia allo stesso tempo. Aveva iniziato come tutti, piegando la schiena sulla forgia, martellando il ferro con precisione e dedizione. Non c’erano scorciatoie nel mestiere, e lui lo sapeva bene. Per questo, quando decise di aprire la Scuola Artigianelli, volle che i ragazzi imparassero come si deve, senza mezzi termini, senza indulgenze inutili.
La scuola nacque negli anni difficili, quando la guerra ancora gettava la sua lunga ombra sull’Italia. In un’epoca in cui i giovani senza mezzi erano costretti a prendere la via del lavoro manuale senza una preparazione adeguata, Attilio volle offrire loro un’opportunità. Con la benedizione della Camera di Commercio e dell’Associazione Artigiani di Vicenza, avviò un piccolo laboratorio in via Vigazzolo, ospitato in un vecchio oratorio. La polvere e il rumore si mescolavano all’odore di olio e trucioli di ferro, mentre i ragazzi, chini sui banchi di legno, si cimentavano nei primi rudimenti della meccanica.
Quando l’officina venne ceduta alla Pellizzari di Arzignano, la scuola si trasferì in viale Verona, all’interno di un vecchio mulino di proprietà del signor Verlato. Non era un luogo sfarzoso, ma bastava. Un capannone rettangolare, spartano, con lunghe file di banchi di legno e attrezzi ordinatamente disposti lungo le pareti annerite dal fumo delle forge. Ogni giorno, decine di ragazzi si mettevano all’opera, divisi tra lezioni teoriche e pratiche. La mattina si studiavano le leggi della meccanica, il pomeriggio si mettevano in pratica, con martelli, lime e chiavi inglesi.
Attilio era sempre lì, con il grembiule sporco di fuliggine e le mani ruvide, a insegnare ai suoi ragazzi che il mestiere non era solo un modo per guadagnarsi da vivere, ma una missione. «Il ferro non mente», diceva spesso. «Se lo tratti con rispetto, ti seguirà. Se cerchi di ingannarlo, si spezzerà nelle tue mani.» Era un principio che valeva anche per la vita. Nonostante la disciplina ferrea, i ragazzi lo rispettavano e, col tempo, lo amavano. Sapevano che dietro quella severità c’era un uomo che credeva in loro. Per molti, la scuola era più di un’opportunità: era un rifugio, una speranza in un futuro migliore. Attilio non chiedeva nulla in cambio, se non impegno e dedizione. Gli allievi pagavano una quota per frequentare le lezioni, ma i più meritevoli vedevano il loro debito estinguersi con il loro stesso lavoro. Man mano che affinavano le loro capacità, ricevevano mance settimanali e, per i più bravi, un vero e proprio salario. Era un sistema meritocratico, un’idea rivoluzionaria in un’epoca in cui i figli dei poveri non avevano scelta se non quella di sottostare ai capricci di un padrone.
Molti di quegli apprendisti, una volta terminati gli studi, rimasero a lavorare con lui. L’officina del maestro Toniolo produceva macchine per la lavorazione del legno e riparava attrezzi agricoli. Ogni giorno, il suono dei martelli sulle incudini riempiva l’aria, accompagnato dal crepitio delle forge e dal ronzio delle lime che scivolavano sul metallo grezzo. In quelle mura si respirava il sacrificio, ma anche la soddisfazione di vedere nascere qualcosa dalle proprie mani. Nel tempo, la scuola divenne una fucina di talenti. Meccanici esperti, uomini capaci di affrontare le sfide della vita con determinazione e coraggio, uscirono da quelle porte per trovare lavoro nelle grandi industrie della zona, come la Pellizzari di Arzignano o le fabbriche di Montebello. Non importava dove finissero: il marchio di Attilio Toniolo li accompagnava ovunque. Era una sorta di sigillo d’eccellenza, una garanzia che quel ragazzo sapeva il fatto suo.
Ogni mattina, Attilio era il primo ad arrivare e l’ultimo ad andare via. C’era un rituale che tutti conoscevano bene: con una tazza di caffè nero e un piccolo taccuino, osservava il lavoro degli apprendisti e prendeva appunti. Se uno di loro sbagliava, non lo rimproverava subito, ma gli lasciava il tempo di accorgersi dell’errore. Solo quando il ragazzo tornava con il pezzo difettoso, Attilio alzava lo sguardo e con un sorriso appena accennato diceva: « Riprova. Il ferro ti insegna se sai ascoltarlo ».
Il maestro non cercò mai gloria o riconoscimenti. La sua soddisfazione era vedere i suoi ragazzi diventare uomini, vederli camminare con la schiena dritta, fieri del proprio mestiere. Eppure, con il tempo, il suo nome divenne leggenda. Le generazioni successive parlavano di lui con rispetto e riconoscenza, ricordando le sue lezioni, le sue mani callose e il suo sguardo severo ma giusto.
Quando, ormai anziano, Attilio si ritirò dall’insegnamento, la scuola continuò a esistere nel ricordo di chi l’aveva vissuta. I suoi ex allievi, ormai maestri a loro volta, trasmettevano ai giovani le stesse lezioni, gli stessi principi. La frase incisa sui diplomi rilasciati a fine corso continuava a riecheggiare nei cuori di chi aveva avuto la fortuna di varcare la soglia della Scuola Artigianelli: “Chi ti ha insegnato un giorno il lavoro, è tuo padre per la vita.”
E così fu. Anche dopo la sua scomparsa, Attilio Toniolo restò vivo nei racconti dei suoi ragazzi, nei gesti di chi, impugnando un martello o una chiave inglese, ripeteva inconsciamente i suoi movimenti. Ogni bullone stretto, ogni truciolo di ferro caduto sul banco, ogni macchina riparata portava con sé un pezzo della sua eredità. Il maestro della forgia non era più, ma il suo spirito continuava a vivere nel lavoro delle mani che lui stesso aveva formato. UMBERTO RAVAGNANI

FOTO: Gruppo di Artigianelli in un carro allegorico della Scuola di A. Toniolo.
NOTA: * Da una testimonianza di Italo Guarda raccolta circa trent’anni fa.
BIBLIOGRAFIA: – L.Mistrorigo, A.Maggio, “Montebello Novecento”, Montebello Vicentino, 1997.

Umberto Ravagnani

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ATTILIO MARASCHIN

[435] ATTILIO MARASCHIN
Il soldato maniscalco

Attilio Maraschin nacque il 5 novembre 1899 a Montebello Vicentino, figlio di Spiridione e di Angela Pranovi. Cresciuto in una famiglia modesta, imparò presto il mestiere di maniscalco, lavorando accanto al padre nella bottega di famiglia. La sua era una vita semplice, scandita dal lavoro e dalle tradizioni di paese, ma il corso della storia stava per sconvolgere la sua esistenza.
Nel maggio del 1917, quando non aveva ancora compiuto diciotto anni, Attilio si presentò volontariamente alla visita di leva, spinto forse dall’entusiasmo patriottico o, più probabilmente, dalla convinzione che la guerra fosse ormai inevitabile per i giovani della sua generazione. Arruolato come soldato di prima categoria, venne assegnato al 6° Reggimento Alpini, nel Centro Truppe Complementari di Vicenza. Dopo un breve addestramento, fu inviato al fronte.
La sua prima destinazione fu l’Altopiano di Asiago, un teatro di guerra aspro e difficile, dove il conflitto si combatteva tra trincee, boschi e passi montani spazzati dal gelo. Qui, Attilio imparò rapidamente cosa significasse la guerra: notti insonni, bombardamenti incessanti, attacchi improvvisi e la paura costante della morte. Con il 6° Alpini, prese parte a diverse operazioni difensive, ma il peggio doveva ancora arrivare.
Alla fine di ottobre 1917, la battaglia di Caporetto cambiò il volto del fronte italiano. L’offensiva austro-tedesca travolse le linee difensive, costringendo l’esercito italiano a una ritirata precipitosa. Il caos si diffuse tra le truppe: ponti distrutti, strade bloccate, soldati isolati dietro le linee nemiche. Anche Attilio si trovò coinvolto in quel disastro. La sua unità cercò di ritirarsi ordinatamente verso il fronte vicentino, ma la pressione nemica era schiacciante.
Nei giorni della ritirata, la marcia era un inferno di fatica e disperazione. I soldati avanzavano nel fango, senza cibo e con divise inzuppate dalla pioggia autunnale. La stanchezza era tale che alcuni si accasciavano ai bordi delle strade, incapaci di proseguire. Molti furono catturati dai reparti austro-tedeschi, che avanzavano con una strategia impeccabile, tagliando le vie di fuga e chiudendo in trappola intere divisioni italiane.
Quando agli inizi di novembre 1917 il generale Conrad, ex capo di stato maggiore austroungarico, lanciò l’offensiva contro il massiccio delle Melette i reparti italiani riuscirono a bloccare ogni tentativo d’attacco che costò agli imperiali enormi perdite. Fu molto probabilmente nel corso di questa battaglia che Attilio, insieme a molti altri soldati italiani, fu fatto prigioniero. Il ricordino mostrato in figura ce lo conferma.
Fu deportato a Toblach (Dobbiaco), in Alto Adige, che all’epoca era territorio austro-ungarico. Qui, nei campi di prigionia, le condizioni erano spaventose. Il freddo, la fame e le malattie decimavano i prigionieri più della guerra stessa. Il cibo era scarso, spesso limitato a un pezzo di pane nero e una brodaglia annacquata. Le malattie, come la dissenteria e la tubercolosi, si diffondevano rapidamente tra i detenuti indeboliti. Molti non riuscivano a sopravvivere all’inverno. Attilio visse mesi di sofferenza nel campo. I prigionieri, costretti a lavori pesanti nonostante la malnutrizione, scavavano trincee, trasportavano materiali e talvolta venivano impiegati in fabbriche di armi o nella manutenzione delle linee ferroviarie austriache. Il gelo delle montagne rendeva la prigionia ancora più insostenibile. Le scarse lettere che riuscivano a scrivere ai familiari erano censurate e spesso non arrivavano mai a destinazione. I racconti dei sopravvissuti descrivono un’esistenza ai limiti della resistenza umana. Attilio vide molti dei suoi compagni soccombere alla fame e alle malattie. Alcuni tentarono la fuga, ma pochi ci riuscirono. Le guardie austriache non esitavano a punire con durezza qualsiasi tentativo di insubordinazione. La speranza si affievoliva ogni giorno di più.
Il 24 aprile 1918, Attilio Maraschin morì in prigionia. Non si sa se per malattia, denutrizione o per le conseguenze di ferite non curate. La sua morte venne registrata con poche parole burocratiche, senza dettagli sulle sue ultime ore. Ciò che rimaneva di lui venne sepolto a Toblach, fino a quando, il 22 ottobre 1921, i suoi resti furono riportati a Montebello Vicentino per essere sepolti nella terra che gli aveva dato i natali.
Quando la notizia della sua morte giunse a Montebello, il dolore colpì la sua famiglia come un colpo violento. La madre, Angela, cadde in ginocchio stringendo la lettera che annunciava la fine del suo ragazzo. Il padre restò in silenzio, con lo sguardo perso nel vuoto, incapace di accettare che il figlio fosse morto in terra straniera senza che loro potessero dargli un ultimo saluto. Gli amici di infanzia si riunirono in paese, increduli, ricordando i giorni spensierati passati insieme prima che la guerra li separasse. Ogni casa del paese conosceva una storia simile, ma ogni perdita sembrava sempre unica, irrimediabile, e lasciava dietro di sé un vuoto che nulla avrebbe potuto colmare.
La sua storia sarebbe rimasta una delle tante vicende dimenticate della Grande Guerra, se non fosse stato per un dettaglio: la sua cattura avvenne in circostanze che lo sollevarono da ogni sospetto di diserzione. In quegli anni, infatti, molti prigionieri italiani furono accusati di aver abbandonato il fronte volontariamente, e per alcuni di loro la prigionia si trasformò in un marchio d’infamia. Attilio, invece, venne ricordato come un soldato fedele al suo dovere, vittima di eventi più grandi di lui. Il fratello maggiore, Vittorio, sopravvisse alla guerra e fu decorato con la Croce di Guerra al Merito. Forse, nel suo ritorno a casa, portò con sé il peso della memoria di Attilio, di un fratello minore strappato alla vita troppo presto. E così, nel silenzio delle lapidi, la storia di un giovane maniscalco diventato soldato rimase come un’ombra discreta, parte della grande tragedia collettiva della Prima Guerra Mondiale.
UMBERTO RAVAGNANI – OTTORINO GIANESATO

FOTO: Il ricordino di Attilio Maraschin (Umberto Ravagnani).
BIBLIOGRAFIA: – O.GIANESATO, Montebello e i suoi caduti nella guerra 1915-18, 2014;
– M.Rigoni Stern, 1915-1918 La guerra sugli Altipiani, 2000.

Umberto Ravagnani

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RODOLFO FREALDO

[434] RODOLFO FREALDO
Medaglia di bronzo al valor militare

Frealdo Rodolfo nacque il 3 novembre 1894 a Montebello Vicentino, in una famiglia semplice ma laboriosa. Suo padre, Angelo, era un calzolaio noto nella contrada di Via Borgolecco, mentre sua madre, Santa Rossi, si dedicava alla casa e alla crescita dei figli. Sin da giovane, Rodolfo dimostrò una forte determinazione nel cercare un futuro migliore. La situazione economica della famiglia non gli permise di studiare a lungo, e così, come molti suoi coetanei, si trovò costretto a cercare lavoro altrove. Scelse la strada dell’emigrazione e si trasferì in Germania, trovando impiego come minatore. Quel lavoro, duro e pericoloso, temprò il suo carattere, rendendolo ancora più risoluto e resistente alle avversità.
Tuttavia, il richiamo della patria lo raggiunse anche oltre confine. Il 1° dicembre 1914 si presentò presso il Consolato Italiano di Dortmund per la visita di leva. Tre giorni dopo, senza esitare, tornò in Italia e venne assegnato al 5° Reggimento Fanteria della Brigata Aosta. Durante il periodo di addestramento si distinse per la sua dedizione e la sua forza fisica, tanto da essere assegnato alla squadra zappatori, un ruolo che richiedeva grande resistenza e abilità nel costruire e demolire strutture in condizioni estreme. Questo incarico segnò il suo percorso militare e lo preparò alle dure battaglie che lo attendevano.
Nel maggio del 1915, con l’ingresso dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale, Rodolfo si trovò subito catapultato in prima linea. Dopo mesi di combattimenti, il 25 gennaio 1916 venne trasferito al 3° Reggimento Fanteria della Brigata Piemonte. Il viaggio lo portò lontano, fino in Sicilia, dove raggiunse il deposito del reggimento a Messina. Questo spostamento faceva parte della riorganizzazione delle forze italiane in vista delle future offensive. Durante questo periodo, grazie alle sue doti di comando e alla sua esperienza sul campo, venne promosso a caporale. Ma il suo destino era ancora una volta segnato da continui cambiamenti: con il nuovo grado venne trasferito al 222° Reggimento Fanteria della Brigata Jonio, un’unità impegnata in alcuni dei teatri più duri del conflitto.
La Brigata Jonio combatté in diversi fronti cruciali, dall’Altopiano di Asiago alla Valsugana, fino all’infernale linea dell’Isonzo. Nel giugno del 1916, l’esercito austro-ungarico lanciò una massiccia offensiva nota come “Strafexpedition”, un’operazione volta a spezzare le difese italiane e sfondare fino alla Pianura Padana. Fu in questo scenario che Rodolfo compì il gesto che gli avrebbe garantito un posto nella memoria storica della sua comunità.
Il 17 giugno 1916, nei pressi di Samone (Valsugana), a quota 694, il suo reggimento ricevette l’ordine di avanzare sotto un violento fuoco nemico. Rodolfo, con il coraggio che lo aveva sempre contraddistinto, fu il primo a lanciarsi all’attacco. Impugnando una scure, si fece largo tra i reticolati austriaci, cercando disperatamente di aprire un varco per i suoi compagni. Il nemico, asserragliato nelle trincee, rispose con un’intensa raffica di mitragliatrici. Nonostante il pericolo, Rodolfo continuò il suo lavoro, incitando gli altri soldati a non fermarsi. La sua voce si levò chiara sopra il fragore della battaglia, spronando i commilitoni a resistere e avanzare.
La scena era surreale: in mezzo a esplosioni e grida, lui, con la sola forza delle braccia e del suo spirito indomito, cercava di spezzare quelle barriere che impedivano l’avanzata. I suoi compagni, ispirati da tanta determinazione, lo seguirono. Ma il destino era in agguato: un colpo lo raggiunse al petto, facendolo cadere tra i fili di ferro che aveva già in parte reciso. Il suo corpo rimase sospeso tra i reticolati, simbolo tragico di una lotta disperata per la vittoria.
Il suo sacrificio non fu vano. L’azione eroica di Rodolfo permise al suo reparto di guadagnare terreno prezioso. Il suo nome venne iscritto tra i caduti e il suo coraggio fu riconosciuto con la Medaglia di Bronzo al Valore Militare. La motivazione ufficiale, riportata nel Bollettino Ufficiale del 10 gennaio 1917 a pagina 122, recita: “Con esemplare ardire, primo della sua squadra, si slanciava all’assalto delle trincee nemiche sotto raffiche di mitragliatrici. Giunto ai reticolati cercava di abbatterli con una scure. Con la voce e l’esempio incitava i compagni a perseverare nell’arduo lavoro di distruzione dei reticolati stessi finché, colpito a morte, cadeva tra i fili che aveva tagliato.
La storia di Frealdo Rodolfo è una delle tante vicende di eroismo dimenticate dal tempo, ma che meritano di essere raccontate. Non era un generale, non era un ufficiale di alto rango, ma un uomo semplice, un minatore divenuto soldato per necessità e per dovere. La sua esistenza, segnata dalla fatica e dal sacrificio, si concluse in un atto di estrema generosità, offrendo la propria vita per permettere ad altri di avanzare.
Montebello Vicentino non ha dimenticato il suo nome. La sua famiglia, gli amici, i compaesani lo ricordano come un simbolo di dedizione e coraggio. La sua storia è una testimonianza di quel senso di appartenenza e sacrificio che animava tanti giovani dell’epoca, pronti a lasciare tutto per rispondere alla chiamata della patria.
Oggi, in un’epoca di pace, la memoria di Rodolfo ci invita a riflettere sul valore della libertà e sul costo del sacrificio umano. Il suo esempio ci ricorda che dietro ogni nome inciso sulle lapidi dei caduti c’è una vita, una storia, un sogno interrotto dalla guerra. E che il loro ricordo deve essere mantenuto vivo, affinché il loro sacrificio non sia stato vano. UMBERTO RAVAGNANI – OTTORINO GIANESATO

FOTO: Frealdo Rodolfo Medaglia di bronzo al valor militare (rielaborazione grafica Umberto Ravagnani).
BIBLIOGRAFIA: O.GIANESATO, MONTEBELLO E I SUOI CADUTI NELLA GUERRA 1915-18, 2014.

Umberto Ravagnani

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LE VOCI DEL PASSATO

[433] LE VOCI DEL PASSATO
Una testimonianza di Angelo Valente

Quando attraversava il ponte del “Marchese” a Montebello e vedeva scorrere le acque putride e nauseabonde del torrente Chiampo, Angelo Valente (chi non l’ha conosciuto?) sentiva stringersi il cuore. Ricordava un tempo in cui quel torrente era limpido, quando le sue acque portavano con sé il candore delle rocce e il profumo del muschio delle valli. Era un’epoca di fatica e sacrificio, ma anche di dignità e semplicità, un tempo che oggi sembra appartenere a un mondo dimenticato.*
Angelo era cresciuto in una famiglia di sterratori. Fin da ragazzo aveva lavorato nel letto del torrente per scavare sabbia e ghiaia. Il lavoro era duro: d’inverno il gelo gli penetrava nelle ossa mentre i piedi nudi sprofondavano nell’acqua gelida, d’estate il sole bruciava la pelle, riverberando sulla sabbia bianca. La giornata iniziava all’alba e terminava al tramonto. Il piccone serviva a scavare la ghiaia, il badile a lanciarla contro il setaccio per separarla dalla sabbia, la carriola a trasportarla sugli argini. Era un lavoro senza tregua, senza diritti e senza protezioni.
A mezzogiorno sua madre arrivava con un pentolino di minestrone e qualche fetta di polenta, avvolta in un tovagliolo per mantenerla calda. Seduto su un sasso, divorava tutto con la fame di chi sa che non ci sarà altro fino a sera. Il loro salario si misurava a carriole e a metri cubi di materiale scavato: poco, misero, eppure necessario per sopravvivere. La fatica era tanta, ma la dignità non gli mancava.
Non lavorava da solo. Sul greto del torrente le lavandaie sciacquavano i panni, battendoli con forza sulle pietre, e i bambini venivano a giocare nelle buche che scavavano. Quegli avvallamenti diventavano piscine naturali, dove l’acqua restava fresca e limpida, irrobustendo il corpo dei ragazzi. Era un’epoca dura, ma la comunità era unita: la solidarietà era spontanea, nessuno restava indietro.
Frequentava la scuola quando poteva, ma i giorni passati in classe erano pochi rispetto a quelli passati nel torrente. Col passare degli anni, la sua vita prese altre strade. Lasciò il lavoro di sterratore e acquistò un motocarro con cui trasportava merci tra i paesi. Ogni giorno era diverso: incontrava gente nuova, scopriva angoli nascosti, ascoltava storie di chi viveva lungo il suo percorso.
Lavorava con autonomia, senza padroni né orari imposti. La strada divenne la sua compagna, il motocarro la sua casa mobile. Non aveva più il fango sotto i piedi, ma la libertà del viaggio e la certezza di un mestiere che gli dava dignità.
Si sposò con Maria Rosa, una brava ragazza del paese, e insieme misero su famiglia. La vita era dura, ma la felicità si trovava nelle piccole cose: il profumo del pane appena sfornato, le sere d’estate passate a chiacchierare sotto le stelle, il sorriso dei loro figli. Sapevano accontentarsi, apprezzare quello che avevano, senza desiderare sempre di più.
Angelo continuava a guardare quel torrente, ormai soffocato dai rifiuti e dagli scarti delle concerie. Pensava a come il tempo aveva cambiato tutto: la fatica di una volta era stata sostituita dalle macchine, la vita di comunità aveva lasciato il posto all’individualismo, e quella limpidezza, che qualche decennio prima pareva scontata, era diventata un ricordo lontano. Non rimpiangeva la durezza di quei giorni, ma si chiedeva se davvero si era guadagnato qualcosa nel perdere il senso di unità e di rispetto per la natura che allora esisteva.
La sua storia non è solo sua: è la storia di un’epoca e di un paese che rischia di essere dimenticato. Ma finché qualcuno la racconterà, finché qualcuno guarderà quel torrente con gli stessi occhi con cui lui lo guardava da ragazzo, forse quel passato non sarà andato perso del tutto. UMBERTO RAVAGNANI

FOTO: Pulizia del greto del torrente Chiampo e recupero di pietre e sabbia, a Montebello nel 1919 (IWM – Imperial War Museum).
NOTA: * Da una testimonianza di Angelo Valente raccolta circa trent’anni fa.
BIBLIOGRAFIA: – L.Mistrorigo, A.Maggio, “Montebello Novecento”, Montebello Vic., 1997.
Vedi anche l’articolo n. [376] IL PIÚ BUONO DELL’ANNO.

Umberto Ravagnani

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RISO AMARO

[430] RISO AMARO

Il racconto dal titolo “la Vispa Teresa”, pubblicato in gennaio, si chiude citando il matrimonio di (Maria) Teresa Pelli-Fabbroni, fiorentina di nascita, col padovano conte Lodovico Miari.
E’ utile ricordare che il dottor Giuseppe Pasetti, primo sindaco di Montebello dopo l’annessione del Veneto al Regno d’Italia del 1866, era il nonno materno della citata Teresa, essendo costei la figlia di Giulia Pasetti che proprio nel palazzo Sangiovanni di via Borgolecco aveva maritato il toscano Giovanni Pelli-Fabbroni.
Nel 1922 Lodovico Miari acquistò dalla sorella maggiore Anna moglie di Luigi Carlotti la villa di Montebello, oggi in un penoso degrado, ma nonostante ciò, ancora conosciuta con il suo cognome. Avvenne quindi che, nel giro di pochi decenni, tre delle più prestigiose residenze estive montebellane erano diventate le lussuose dimore di membri di famiglie tra loro legate da vincoli di parentela più o meno stretti, ma che alla fine riconducevano ai Pasetti.
Per inciso villa Sangiovanni, poi Sparavieri, il dottor Giuseppe Pasetti, mediante il suo testamento, l’aveva assegnata alla figlia Amalia, zia di Teresa. La villa Palffy era poi di pertinenza dell’omonimo conte marito di Anna Villani, pro-zia materna di Teresa nonché cognata di Giuseppe Pasetti. E infine nel 1922, la prestigiosa villa, già appartenuta a diverse e ricche personalità e diventata poi villa Miari-Carlotti, si appellava ora solo Miari, avendola comprata Lodovico (n. 1872), ultimo di cinque fratelli, dalla primogenita sorella Anna (n.1859).
Quindi Teresa Pelli-Fabbroni, nipote del dottor Giuseppe Pasetti, dopo un lungo periodo trascorso a Firenze tornava a Montebello a fianco del marito Lodovico Miari. Nella sua vita ebbe l’onore di diventare Dama di Palazzo di Sua Maestà la Regina Elena. Non per niente, chiamò proprio Elena una figlia, in onore della sovrana. E non dimenticò i genitori e i nonni sia materni che paterni dando agli altri figli i nomi: Giulia, Gian Felice e Bianca.
Concludendo, traspare e sorprende il fascino che Montebello e la sua collina esercitarono verso alcune agiate nobili famiglie, pur originarie da casate di lontani paesi, spingendole a trovare qui pace e tranquillità.
Chi erano i Miari, da dove provenivano, e in cosa consistevano maggiormente le loro ricchezze?
Di chiare e nobili origini bellunesi, si trasferirono a Padova, imparentandosi con alcune ricche famiglie come quella dei marchesi Buzzaccarini.
Lodovico Miari, figlio di Felice e di Anna Giulia Sabina dei conti Miari, possedeva con altri della sua famiglia, vaste proprietà nel delta del Po’ soprattutto nel comune di Porto Tolle.
Dopo la prima metà dell’ottocento molti latifondisti, tra questi i Venier, i Farsetti i Tiepolo, investirono ingenti capitali nella zona del delta del grande fiume. Grazie all’utilizzo della forza motrice del vapore poterono bonificare, tramite le idrovore, sconfinate campagne. Con la legge Baccarin del 1882, mediante i finanziamenti concessi dallo stato al Consorzio di Bonifica, fu possibile rendere coltivabile gran parte del comprensorio dell’isola di Ariano.
Anche la famiglia Miari approfittò di questa nuova opportunità per praticare in larga scala la coltivazione del riso. Questo durò almeno fino agli anni cinquanta del novecento. Nel frattempo, prima dello scoppio della seconda guerra mondiale Lodovico Miari vendette la sua villa di Montebello. Non aveva quindi posseduto a lungo questo prestigioso edificio, preferendo cederlo alla famiglia Casarotti. In seguito, a guerra finita, la fortuna girò le spalle a Lodovico Miari poiché un DECRETO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA Luigi Einaudi del 18 dicembre 1952 (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 13 del 13 gennaio 1953) sancì l’esproprio di circa 140 ettari (poco meno di 400 campi vicentini) di sua proprietà divisi in due distinti corpi. Tutto era cominciato il 7 febbraio del 1951 allorché, sempre con un altro decreto del Presidente della Repubblica, venne istituito l’Ente per la Colonizzazione del Delta Padano operante in 23 comuni sparsi tra le province di Rovigo, Venezia e Ferrara. In pratica, data la mancanza di lavoro e perdurando la triste eredità della guerra, si voleva frazionare i grandi latifondi per assegnarli ai vari coloni. In quegli anni il Ministro per l’Agricoltura e le Foreste era Amintore Fanfani.
A nulla valsero le opposizioni di Lodovico Miari affinché i suoi terreni fossero esclusi dall’esproprio, tanto che alla fine dovette arrendersi. D’altronde dei due corpi dei terreni sottoposti al provvedimento, uno di 31 ettari era coltivato a risaia, mentre l’altro di 109 ettari, ne aveva solo 10 seminativi. Quindi quasi 100 ettari risultavano coltivabili, ma non produttivi. Ecco allora un motivo in più perché lo stato procedesse all’esproprio di quella vasta proprietà, forse un tempo coltivata totalmente a risaia, ma lasciata improduttiva. La cifra pagata a Lodovico Miari (o agli eredi) dallo stato come contropartita, fu di Lire 11.425.760 e 70 centesimi ossia Lire 7.609.249 e 10 centesimi per il primo corpo e Lire 3.816.511 e 60 centesimi per il secondo. I terreni in oggetto si trovavano precisamente nell’isola della Valle della Donzella, presso il canale Merabolo ed erano solo una cospicua parte di quelli posseduti da Lodovico Miari, questo lo si evince dai nomi dei proprietari dei campi esclusi dal provvedimento confinanti con quelli espropriati. Tra questi figuravano lo stesso Lodovico, Giovanni Voltolin, Antonio Veronesi, Luigi Bellon. Anche la figlia Bianca Miari1 venne espropriata di un piccolo lotto di terreno, confinante con i fondi di suo padre, di 6,8 ettari (poco meno di 20 campi vicentini).
Forse Lodovico Miari non assistette alla infelice e definitiva perdita di quei sui terreni né al risarcimento degli stessi, perché proprio nel 1952 venne a mancare all’età di 80 anni. Non si sa quanto questa triste pagina avesse contribuito a minare la sua salute. Sicuramente Lodovico Miari non fu l’unico proprietario terriero a subire l’esproprio e l’Ente per la Colonizzazione raggiunse l’obiettivo di dare spazio alla piccola e media proprietà contadina con il frazionamento. Ne è prova che in virtù delle varie bonifiche la popolazione del comune di Porto Tolle passò dagli 11.000 abitanti del 1911 ai quasi 21.000 del 1951, 5.000 dei quali negli ultimi 5 anni. Attualmente il numero degli abitanti sparsi nel vasto territorio comunale si è più che dimezzato contando poco più di 9.000 unità. Nel corso degli anni il riso del Delta del Po’ ha ottenuto il marchio I.G.P. Tra le varietà coltivate, secondo gli esperti, e a parere dei polesani, la Carnaroli del delta risulta essere tra le migliori d’Italia se non la migliore. (Ottorino Gianesato)

NOTA: 1) Un articolo apparso su “La Gazzetta di Venezia” il 24 gennaio 1939 getta luce su aspetti rilevanti della famiglia del conte Lodovico Miari. Il pezzo annuncia le nozze imminenti della figlia Bianca, sottolinea l’agiatezza della famiglia e svela la residenza del conte: un magnifico palazzo veneziano, simbolo della sua posizione sociale, da cui amministrava le sue attività dopo aver lasciato Montebello. « … In occasione delle nozze imminenti della contessina Anna Miari con Don Lodovico Melzi d’Eril duca di Lodi, le sale di palazzo Miari al ponte della Canonica si sono aperte ieri sera ad un sontuoso ricevimento a cui sono intervenuti, intorno ai nobili fidanzati, tutti i parenti delle due aristocratiche famiglie e una gran folla elegante di invitati della migliore società veneziana, veneta e lombarda e tra essi le maggiori autorità cittadine. Gli ospiti furono ricevuti con squisita amabilità dalla padrona di casa, madre della fidanzata, contessa Maria Teresa Miari Pelli Fabbroni Dama di Palazzo di S. M. la Regina Elena, e dal conte Lodovico nonché dai fidanzati raggianti di felicità, ai quali vennero presentati in una cornice di fiori, gli auguri più fervidi. Alla contessina Miari, gentile pianista e colta musicista, sono pervenuti in gran copia ricchissimi doni che, esposti nelle sale di palazzo Miari, suscitarono iersera viva ammirazione. Le nozze saranno benedette giovedì prossimo a S. Marco da S. E. il cardinale Caccia Dominioni. » (Umberto Ravagnani)

FOTO: L’Isola della Donzella, sul delta del Po, dove Lodovico Miari aveva gran parte dei suoi possedimenti terrieri (elaborazione grafica Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani
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LA VISPA TERESA

 

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A. PEDROLLO UN GENIO MUSICALE

[420] ARRIGO PEDROLLO: un genio musicale
Una vita dedicata alla musica, tra innovazione e tradizione

Il 23 dicembre 2024 segnerà il sessantesimo anniversario della scomparsa di Arrigo Pedrollo, straordinario compositore di Montebello Vicentino. La sua musica, ricca di sfumature e intensità, rappresenta un ponte tra tradizione e innovazione. Pedrollo non era solo un musicista, ma un autentico poeta dei suoni, capace di raccontare emozioni universali attraverso le sue note. La sua eredità artistica continua a risuonare, ispirando nuove generazioni e mantenendo viva la memoria di un talento unico. Celebrare Pedrollo significa onorare un faro della nostra cultura musicale, un esempio eterno di passione e genio creativo.
Nato il 5 dicembre 1878 a Montebello Vicentino, Arrigo Pedrollo rappresenta uno dei nomi più brillanti della musica italiana del XX secolo. La sua vita e la sua carriera testimoniano un raro connubio di talento, dedizione e visione, che gli hanno permesso di conquistare un posto di rilievo nel panorama lirico e sinfonico internazionale.
Figlio di Luigi Pedrollo, organista e direttore di banda, e di Santa Businello, Arrigo crebbe in un ambiente ricco di stimoli musicali. Il talento precoce del giovane Pedrollo si rivelò già in tenera età: a soli quattro anni suonava composizioni di Chopin, mentre a cinque otteneva i suoi primi riconoscimenti pubblici. La contessa Elisa Marsilio Orgian Piovene, colpita dalle sue doti, intervenne per introdurlo ai maestri Antonio e Gaetano Coronaro.
Grazie a questo sostegno, nel 1892 Pedrollo fu ammesso al Conservatorio di Milano, distinguendosi come il migliore tra undici candidati. Qui studiò pianoforte sotto la guida di Guglielmo Andreoli e approfondì armonia e composizione con Gaetano Coronaro, ereditando una solida preparazione che sarebbe stata alla base della sua futura produzione musicale. Durante gli anni di studio, la sua versatilità lo portò a diventare “maestrino”, insegnando pianoforte e solfeggio a studenti più giovani.
Nel 1900, a conclusione del suo percorso di studi, Pedrollo presentò la sua Sinfonia in Si Minore, conosciuta come La romantica. L’opera, articolata in quattro movimenti, fu diretta nientemeno che da Arturo Toscanini, un evento straordinario per un giovane compositore. Questo riconoscimento segnò un momento cruciale per la sua carriera, consacrandolo come un talento emergente nel panorama musicale italiano.
Il 1908 segnò una tappa fondamentale per Pedrollo con la vittoria del Concorso Sonzogno grazie alla sua prima opera lirica, Juana. Basata sul libretto di Carlo De Carli, Juana si distinse per la complessità emotiva e narrativa, combinando tradizione e sperimentazione. L’opera debuttò nel 1914 al Teatro Eretenio di Vicenza, riscuotendo un grande successo e venendo replicata in molti altri teatri italiani.
Parallelamente, Pedrollo compose Terra Promessa, un’opera che esplorava tematiche bibliche e spirituali attraverso una scrittura musicale raffinata. Presentata per la prima volta al Teatro Ponchielli di Cremona, l’opera fu accolta con entusiasmo e successivamente rielaborata nel 1913, confermando l’abilità del compositore di innovare pur rimanendo radicato nella tradizione.
Il 1920 rappresentò un anno chiave nella carriera di Pedrollo, segnato dalla presentazione di due delle sue opere più importanti: La veglia e L’uomo che ride. La prima, rappresentata al Teatro dei Filodrammatici di Milano, si caratterizzò per un’intensa carica emotiva e un linguaggio musicale innovativo. Accolta con entusiasmo, l’opera fu replicata in Italia e all’estero, arrivando anche al Metropolitan di New York.
Contemporaneamente, Pedrollo portò in scena L’uomo che ride, un adattamento del celebre romanzo di Victor Hugo. Quest’opera, messa in scena al Teatro Costanzi di Roma, consolidò la sua reputazione come uno dei compositori più apprezzati del suo tempo, dimostrando la sua capacità di tradurre grandi capolavori letterari in esperienze musicali di grande impatto.
Milano divenne la città d’elezione per Pedrollo, non solo come compositore ma anche come docente. Nel 1924, Maria di Magdala, un’opera lirica ispirata a temi evangelici, debuttò al Teatro Dal Verme, ottenendo grande successo. Due anni dopo, il compositore presentò Delitto e castigo, tratto dall’omonimo romanzo di Dostoevskij, alla Scala di Milano. Quest’opera, caratterizzata da una scrittura orchestrale audace e da un’intensa introspezione psicologica, rappresentò uno dei vertici della sua carriera.
Parallelamente all’attività compositiva, Pedrollo assunse nel 1929 la cattedra di contrappunto al Conservatorio di Milano, contribuendo alla formazione di una nuova generazione di musicisti e consolidando il suo ruolo nella scena musicale italiana.
Negli anni Trenta, Pedrollo continuò a creare opere di grande rilievo, come Primavera Fiorentina e L’amante in trappola, quest’ultima basata su una novella del Decamerone. Queste composizioni, apprezzate sia in Italia che all’estero, dimostrarono la capacità del compositore di rinnovare il linguaggio musicale senza abbandonare le radici della tradizione lirica.
Un’altra opera significativa fu Il giglio di Alì, composta negli anni Quaranta e frequentemente trasmessa dalla Rai. Questo lavoro riflette la maturità artistica di Pedrollo, capace di combinare elementi tradizionali e moderni con una sensibilità unica.
Nel 1941, Pedrollo lasciò il Conservatorio di Milano per dirigere il Liceo Musicale Pollini di Padova. Tuttavia, il legame con la sua terra d’origine rimase sempre forte, e nel 1942 tornò a Vicenza, dove trascorse gli ultimi anni della sua vita. Sebbene in questa fase la sua attività compositiva si fosse ridotta, Pedrollo continuò a essere una figura di riferimento nella scena musicale italiana.
Arrigo Pedrollo è stato un compositore capace di unire tradizione e innovazione, creando opere che ancora oggi risuonano per la loro profondità emotiva e il loro valore artistico. Dalle sue prime composizioni sinfoniche ai capolavori lirici, la sua carriera rappresenta un modello di dedizione e genialità.
Oggi, il suo lavoro è un tesoro che merita di essere riscoperto, non solo come testimonianza di una straordinaria epoca musicale, ma anche come esempio di un artista che ha saputo interpretare il suo tempo con passione e visione.
Nel 1924, Arrigo Pedrollo creò la Marcia dei Combattenti, un omaggio carico di emozione per l’inaugurazione del monumento ai caduti di Montebello. Questa composizione per banda, che potrebbe essere ancora custodita negli archivi della banda civica locale, rappresenta un pezzo di storia e tradizione che meriterebbe di essere riscoperto e valorizzato.
Un sincero ringraziamento va al nipote di Arrigo, Raffaello Pedrollo, il cui contributo informativo è stato indispensabile per questo nostro articolo. Raffaello inoltre ci informa della recentissima produzione del CD di La Veglia da parte del soprano Denia Mazzola Gavazzeni pubblicata da Bongiovanni Bologna e che la Nuova Orchestra Pedrollo, un’orchestra d’archi attiva dal 2014, si esibisce regolarmente, mantenendo vivo il nome del maestro. Alcune registrazioni, disponibili su YouTube, permettono di riscoprire il fascino della sua musica.

LA NUOVA ORCHESTRA PEDROLLO è composta da musicisti che scelgono di incontrarsi, condividere esperienze e intrecciare storie attraverso la musica. Ogni prova è un dialogo tra note scritte e mani che le rendono vive, rivelando una bellezza nascosta. La musica diventa arte viva, arricchita dai luoghi, dalle emozioni del pubblico e dall’unione di strumenti.

ARRIGO PEDROLLO: WALZER - Ascolta ...

Arrigo Pedrollo: Walzer / Gabriele Dal Santo, pianoforte e direttore – Nuova Orchestra Pedrollo /
Registrata al Teatro Olimpico, Vicenza nel 2014, in occasione del 50esimo della morte di A. Pedrollo.

Violini I:
M° Giovanni Guglielmo, primo violino
Irene Pedrollo, Andrea Giacometti, Alessandro Gasperini, Giulio Marangoni, Eleonora Dal Santo

Violini II:
Tiziano Guarato, Enrica Ronconi, Laura Mazza, Giulia Menara

Viole:
Lisa Bulfon, Michele Sguotti, Nicola Possente, Pamela Micoli

Violoncelli:
Daniele Cernuto, Massimiliano Varusio, Anna Grendene

Contrabbassi:
Michele Gallo, Antonio Danese

Arpa: Giulia Rettore

Umberto Ravagnani

BIBLIOGRAFIA:
– G.Maccagnan, Una vita per la musica, 2018;
– F.Grassi, Arrigo Pedrollo, 1979.
– Testi del soprano Denia Mazzola Gavazzeni per la recentissima registrazione di “La Veglia” – Bongiovanni Bo 2024.
FOTO:
1) Il Maestro Arrigo Pedrollo ai tempi di “Juana” – 1914. Sullo sfondo ritratto di Giosuè Carducci con dedica (dal libro Arrigo Pedrollo di Francesco Grassi).
2) Lettera manoscritta inviata da Arrigo Pedrollo ad un suo ammiratore a l’Havana (Cuba), il 26 novembre 1924. All’interno le prime note dell’opera “Maria di Magdala” (collezione privata Umberto Ravagnani).
3) Arrigo Pedrollo all’epoca di “L’uomo che ride“, esattamente un secolo fa, in prima pagina sulla prestigiosa rivista “Musica e Scena”.

Vedi anche gli articoli n.[150] del 5/9/2019 “ARRIGO PEDROLLO” in e n.[359] del 12/10/2023 “Memoria per ARRIGO PEDROLLO”.

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PADRE GIORGIO M. ZEINI

 

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ANTONIO AGOSTINI

 

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ARTURO COSTA

 

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GEMMA CENZATTI

 

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FRA LUIGI MARIA VERLATO

 

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DON ANGELO CRASCO

 

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DON GIROLAMO DALLA-BARBA

 

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IL PIÚ BUONO DELL’ANNO

 

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GEMMA BERTONCIN

 

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DUE SACERDOTI DEL PASSATO

 

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LA MAESTRA CATERINA BERGAMI

 

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MEMORIA PER ARRIGO PEDROLLO

[359] MEMORIA PER ARRIGO PEDROLLO

Arrigo Pedrollo, figlio di Luigi e Angela Bussinello, è nato a Montebello Vicentino il 5 dicembre del 1878. Al numero 81 di via Generale Vaccari è stata posta una targa che ricorda la sua casa natale. Ancora bambino di sei o sette anni seguiva il padre, maestro di banda a Montebello ed organista di campagna, nel paesi vicini, e, a dodici anni, già conoscendo benissimo il piano e l’organo, sostituì più d’una volta il padre assente o malato. Quando però il Maestro Antonio Coronaro di Vicenza lo udì interpretare Beethoven, Chopin e Bach, convinse il padre a farlo studiare presso il Regio Conservatorio « Giuseppe Verdi » di Milano. Ed è appunto da questo prestigioso Conservatorio che attingiamo la seguente memoria che fu redatta da Luciano Tomelleri con il contributo del figlio Riccardo.

Se è vero che ciascuno di noi è fabbro del suo destino, bisognerebbe ricordare Arrigo Pedrollo come un cattivo fabbro, qualora con la parola destino s’intenda la fama pubblica, il soddisfacimento mondano dell’esteriorità, il percorso compiuto sulla via che i latini chiamavano cursus honorum. Ma se il destino di un uomo è invece nel significato dei suoi valori spirituali, allora quello di Arrigo Pedrollo risplenderà nel ricordo e nel tempo per la discrezione signorile in ogni, atto della vita e per la purezza ideale in ogni atto dell’arte.
Già questa potrebbe essere la chiave biografica per entrare nell’arte e nella vita di un uomo quale fu Arrigo Pedrollo ed è proprio con queste intenzioni che nelle pagine seguenti sono raccolti gli elementi fondamentali di una cronologia biografica ed estetica. Miglior atto di affetto, miglior atto di stima non ci sembrano possibili, poiché siamo fermamente convinti che in una futura prospettiva storica del primo Novecento musicale italiano ed europeo, la figura e l’opera di Arrigo Pedrollo troveranno una collocazione assai diversa in senso positivo da quella che toccò in sorte all’artista durante la vita. Del resto si tratta di una sorte che per buona parte fu voluta da lui stesso, poiché Arrigo Pedrollo antepose sempre gli affetti agli interessi, il silenzio all’applauso, la tranquillità agli affanni e per questo la sua lunga vita, specie nell’età provetta, fu una lunga sequela di rinunce a quanto gli veniva offerto da un punto di vista pratico della carriera, per la stima, per il rispetto, per il bisogno che s’aveva di lui in varie evenienze della vita musicale italiana.
Fra le altre venture esterne della sua vita, Arrigo Pedrollo ebbe quella di vivere in un’epoca drammaticamente fratturata in due strutture antitetiche: dapprima come sfondo culturale e sociale un epigonismo tardivo e retrivo, per il quale la musica di Arrigo Pedrollo era sin troppo elevata ed aggiornata; poi l’invenzione quasi quotidiana e sempre fantastica di nuovi mondi espressivi, per i quali egli poté sembrare un superato. Di fronte a situazioni opposte ma concorrenti nel risultato, Arrigo Pedrollo rimase sempre sereno e indenne da ogni benché minima traccia di passioni meschine; inoltre egli fu confortato in larga misura dal premio a lui più congeniale: l’affetto verso l’uomo buono, la riconoscenza verso il maestro, la stima verso l’artista.
In questa nobile misura umana egli trovò pieno conforto e pieno appagamento né pensò certo alla storia, per quanto avesse chiara ed intima coscienza di sé. Ora non si vuole ipotecare il futuro e tanto meno amplificare un giudizio, sia pure con le migliori intenzioni del mondo. Ma siamo sicuri che un giorno, forse non lontano, un giovane studioso per una tesi di laurea, un biografo per una monografia critica, uno storico per un paragrafo almeno sulla storia musicale d’Italia in questo secolo, potranno e dovranno occuparsi di Arrigo Pedrollo: a questo fine, come abbiamo già detto, è stato raccolto ciò che segue, e questo ci è parso il modo migliore per trasmettere agli altri quanto conservano nell’animo tutti quelli che lo conobbero come uomo e come artista.”

Il Maestro Arrigo Pedrollo morì a Vicenza il 23 dicembre 1964 e fu sepolto, per suo desiderio, nel cimitero di Montebello Vicentino, il suo paese natale.

FOTO: 1) Busto bronzeo di Arrigo Pedrollo, opera dello scultore Giancarlo Milani (rielaborazione digitale Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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IL CAPORALE SUL VAJONT

 

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IL CAV. FELICE CARLOTTI

 

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MARIO TIRAPELLE

 

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LA CHIESA DEI MALASPINA

 

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COSÌ MUOIONO GLI EROI

 

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BRUNO MUNARETTO

 

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FRANCESCA MOSCARDO

[335] FRANCESCA MOSCARDO – Una donna da ammirare

Ogni persona cela dentro di sé una storia, spesso ordinaria ma, a volte, stupefacente ed emozionante, ed è certo di quest’ultimo genere quella di Francesca Moscardo, una donna che nonostante la sua disabilità è riuscita a creare il suo spazio vitale secondo i suoi desideri. Oggi ha 35 anni e vive a Verona con i suoi genitori ma la sua nonna materna Dian Dina Teresa, figlia di Gino e Cecchinato Irene, è nata a Montebello il 19-11-1932. Dopo il matrimonio, nel 1957, lasciò il paese con il marito Olivo in cerca di nuove opportunità di lavoro. Succedeva spesso in quel primo e disastrato dopo-guerra.
Francesca ha avuto un’infanzia piuttosto difficile a causa di una rara forma di nanismo che si chiama ‘displasia diastrofica’ e dei numerosi interventi che ha dovuto subire nei 4 mesi di degenza a Parigi per cercare di correggere il più possibile la sua colonna vertebrale.
Oggi Francesca, nonostante i suoi 98 centimetri di altezza si sente, ed è, una persona come quelle che, in genere, si definiscono ‘normali’. Ha effettuato il suo percorso regolare di studi fino alla laurea in storia dell’arte, ha preso la patente di guida, lavora regolarmente, ha creato un suo blog su internet che si chiama “Nanabianca, il mondo ad un metro di altezza1 dove sconvolge con autoironia molti luoghi comuni sulla sua disabilità, viene spesso invitata a conferenze dove parla con estrema disinvoltura di storia dell’arte ma anche del suo nanismo, ed è prodiga di consigli per chi si trova nella sua situazione. E non poteva non guadagnarsi un meritatissimo, premio: il 31 marzo 2023 il nostro Presidente Sergio Mattarella ha conferito a Francesca un’onorificenza, con la quale l’ha nominata “Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italianacome riconoscimento per l’impegno civile, la dedizione al bene comune e la testimonianza dei valori repubblicani.2
Ma leggiamo le sue parole in un’intervista che ha rilasciato qualche tempo fa, dove in poche righe racconta la sua storia:
« Sono Francesca Moscardo e ho quasi 35 anni, sono di Verona e abito a Verona; ho un blog che è nato nel 2017 e si chiama “Nanabianca Blog – il mondo a un metro d’altezza” perché volevo raccontare questa prospettiva un po’ strana con cui io mi trovo ad affrontare il mondo. So che mi devo dare un’etichetta e quindi per praticità… quindi, sì, sono disabile però mi sento anche abbastanza, non direi normale ma unica, cioè ognuno di noi ha la sua unicità e la sua normalità.
[La mia disabilità] si chiama “displasia diastrofica” è una forma di nanismo molto più rara rispetto la “condrodisplasia” che è la forma diciamo più conosciuta di nanismo, e non colpisce solo l’altezza in sé, ma tutta una serie di malformazioni genetiche che vanno a colpire proprio la crescita della cartilagine, ha colpito le mani, i piedi, la colonna vertebrale ma anche la forma delle orecchie.
Io sono stata operata alla colonna vertebrale all’età di 9 anni, ho fatto un percorso molto lungo cioè sia pre-operatorio, che post-operatorio, proprio per cercare di arginare e di raddrizzare un po’ la scoliosi.
Qualche anno fa io… diciamo che, forse, ho vissuto un momento un po’ più brutto e non per un motivo particolare però incominciavo già essere grande, adulta, ho cominciato a pensare al mio futuro reale, cosa poter fare nella vita, come poter vivere, in quel momento io ero ancora molto dipendente dai miei genitori o dalle persone in generale.
Quello che mi ha salvato forse è stata la decisione di prendere la patente, cosa che prima non pensavo fosse possibile, ma non la vedevo come una cosa che avrei fatto davvero, e invece sono contenta di essermi impuntata e anche di aver avviato tutta la macchina burocratica per prendere la patente.
Non mi sembra di aver ricevuto su di me tante discriminazioni, però mi rendo conto che ci sono ancora tanti atteggiamenti che la gente dà un po’ per scontato, cioè non ci si pensa e quindi quando vede una persona disabile si comporta in un modo un po’ diverso rispetto se fosse una persona non disabile.
I bambini vedono subito che io sono adulta, sento proprio che chiedono “ma perché quella signora è così piccola?” Qualche volta me lo chiedono proprio a me: uno mi ha chiesto se sono un robot! Uno mi ha chiesto se sono vera. Mio nipote che ha 4 anni tempo fa parlavamo della mia altezza, lui sa che io sono bassa, che ha una zia bassa e che gli hanno spiegato che io non cresco perché in casa non ho un metro dove misurarmi! E allora se io comprassi un metro dove misurarmi potrei crescere come lui.
Compro vestiti sia nei negozi da bambini che negozi da adulti perché tutti pensano che io posso andare in negozio da bambini ma in realtà non è così scontato perché le bambine hanno misure diverse, devo sempre far accorciare i pantaloni e le maniche; infatti mia mamma è dovuta diventare una sarta molto presto.
Ho delle scarpe su misura fatte sullo stampo del mio piede, e ogni piede è una cosa a sé e per me è normale avere delle scarpe fatte per me ma in altri Paesi magari non è così scontato, perché ci vuole un laboratorio specializzato.
Queste me le passa la Sanità, mi passa un paio ogni 18 mesi e costano quasi €1000 un paio. Per quanto io cerchi di superare i miei limiti c’è sempre una soglia in cui non riesco ancora ad arrischiarmi, per esempio, a partire per un viaggio da sola completamente; quello un po’ mi spaventa anche se vorrei arrivare a farlo. È una paura più generale quella di diventare una persona frustrata, che non è riuscita a fare quello che desiderava nella vita. Ecco quindi sto cercando di non diventarlo. Non è per parlare così… ma mi sento molto fortunata rispetto a tante persone attorno a me che magari non hanno la disabilità, ma fanno fatica anche a trovare lavoro e trovare una dimensione.»
Ho conosciuto di persona Francesca solo per pochissimo tempo, ma devo dire che sono rimasto sconcertato e impressionato dal suo straordinario carattere. Brava Francesca!

Umberto Ravagnani

NOTE: 1) Potete raggiungere e visitare il blog di Francesca qui: https://nanabianca.blog/.
2) Motivazione della Onorificenza al merito, consegnata da Sergio Mattarella a FRANCESCA MOSCARDO, 35 anni, Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana: “Per l’entusiasmo e l’ironia con cui affronta i temi connessi alla sua disabilità offrendo consigli utili per la vita quotidiana” Blogger, copywriter e social media manager. “Una stella piccola come la Terra, ma pesante come il Sole: questa è una nana bianca”. Affronta la sua malattia genetica, la displasia diastrofica, caratterizzata da un difetto di accrescimento della cartilagine che comporta una bassa statura. “La mia condizione affina enormemente il problem solving; sono abituata ad avere tutto sotto controllo. Qualsiasi cosa devo fare la organizzo con largo anticipo. Ho pensato che raccontare come me la cavo in certe situazioni possa essere di aiuto ad altri”. Così nel 2017 nasce il blog “Nanabianca, il mondo ad un metro di altezza” con idee e piccoli stratagemmi per vivere una vita normale. E nelle pagine del blog si trovano idee di come affrontare il quotidiano “in formato mignon” (ROMA, 31 marzo 2023).

FOTO: Francesca Moscardo con i suoi genitori Patrizia e Sergio, il 31 marzo 2023, a Roma nel palazzo del Quirinale, dopo la consegna del premio dell’Ordine al Merito da parte del Presidente Sergio Mattarella (cortesia Francesca Moscardo).

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