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L’OFFICINA DELLE SPERANZE

[436] L’OFFICINA DELLE SPERANZE
Attilio Toniolo: l’uomo che insegnava a creare il futuro

Attilio Toniolo era un uomo d’altri tempi, di quelli che sapevano trasformare il ferro in arte e i ragazzi in uomini. La sua officina, modesta e ricolma dell’odore acre del metallo arroventato, era un luogo sacro per decine di giovani apprendisti che varcavano la soglia con mani inesperte e occhi carichi di speranza. La scuola che portava il suo nome non era solo un’officina: era una palestra di vita, dove si forgiavano caratteri prima ancora che ingranaggi o prodotti meccanici finiti.
Attilio era un uomo non molto alto, dal viso scavato e dalle mani segnate da anni di lavoro. La sua voce, ferma e sicura, sapeva incutere rispetto e infondere fiducia allo stesso tempo. Aveva iniziato come tutti, piegando la schiena sulla forgia, martellando il ferro con precisione e dedizione. Non c’erano scorciatoie nel mestiere, e lui lo sapeva bene. Per questo, quando decise di aprire la Scuola Artigianelli, volle che i ragazzi imparassero come si deve, senza mezzi termini, senza indulgenze inutili.
La scuola nacque negli anni difficili, quando la guerra ancora gettava la sua lunga ombra sull’Italia. In un’epoca in cui i giovani senza mezzi erano costretti a prendere la via del lavoro manuale senza una preparazione adeguata, Attilio volle offrire loro un’opportunità. Con la benedizione della Camera di Commercio e dell’Associazione Artigiani di Vicenza, avviò un piccolo laboratorio in via Vigazzolo, ospitato in un vecchio oratorio. La polvere e il rumore si mescolavano all’odore di olio e trucioli di ferro, mentre i ragazzi, chini sui banchi di legno, si cimentavano nei primi rudimenti della meccanica.
Quando l’officina venne ceduta alla Pellizzari di Arzignano, la scuola si trasferì in viale Verona, all’interno di un vecchio mulino di proprietà del signor Verlato. Non era un luogo sfarzoso, ma bastava. Un capannone rettangolare, spartano, con lunghe file di banchi di legno e attrezzi ordinatamente disposti lungo le pareti annerite dal fumo delle forge. Ogni giorno, decine di ragazzi si mettevano all’opera, divisi tra lezioni teoriche e pratiche. La mattina si studiavano le leggi della meccanica, il pomeriggio si mettevano in pratica, con martelli, lime e chiavi inglesi.
Attilio era sempre lì, con il grembiule sporco di fuliggine e le mani ruvide, a insegnare ai suoi ragazzi che il mestiere non era solo un modo per guadagnarsi da vivere, ma una missione. «Il ferro non mente», diceva spesso. «Se lo tratti con rispetto, ti seguirà. Se cerchi di ingannarlo, si spezzerà nelle tue mani.» Era un principio che valeva anche per la vita. Nonostante la disciplina ferrea, i ragazzi lo rispettavano e, col tempo, lo amavano. Sapevano che dietro quella severità c’era un uomo che credeva in loro. Per molti, la scuola era più di un’opportunità: era un rifugio, una speranza in un futuro migliore. Attilio non chiedeva nulla in cambio, se non impegno e dedizione. Gli allievi pagavano una quota per frequentare le lezioni, ma i più meritevoli vedevano il loro debito estinguersi con il loro stesso lavoro. Man mano che affinavano le loro capacità, ricevevano mance settimanali e, per i più bravi, un vero e proprio salario. Era un sistema meritocratico, un’idea rivoluzionaria in un’epoca in cui i figli dei poveri non avevano scelta se non quella di sottostare ai capricci di un padrone.
Molti di quegli apprendisti, una volta terminati gli studi, rimasero a lavorare con lui. L’officina del maestro Toniolo produceva macchine per la lavorazione del legno e riparava attrezzi agricoli. Ogni giorno, il suono dei martelli sulle incudini riempiva l’aria, accompagnato dal crepitio delle forge e dal ronzio delle lime che scivolavano sul metallo grezzo. In quelle mura si respirava il sacrificio, ma anche la soddisfazione di vedere nascere qualcosa dalle proprie mani. Nel tempo, la scuola divenne una fucina di talenti. Meccanici esperti, uomini capaci di affrontare le sfide della vita con determinazione e coraggio, uscirono da quelle porte per trovare lavoro nelle grandi industrie della zona, come la Pellizzari di Arzignano o le fabbriche di Montebello. Non importava dove finissero: il marchio di Attilio Toniolo li accompagnava ovunque. Era una sorta di sigillo d’eccellenza, una garanzia che quel ragazzo sapeva il fatto suo.
Ogni mattina, Attilio era il primo ad arrivare e l’ultimo ad andare via. C’era un rituale che tutti conoscevano bene: con una tazza di caffè nero e un piccolo taccuino, osservava il lavoro degli apprendisti e prendeva appunti. Se uno di loro sbagliava, non lo rimproverava subito, ma gli lasciava il tempo di accorgersi dell’errore. Solo quando il ragazzo tornava con il pezzo difettoso, Attilio alzava lo sguardo e con un sorriso appena accennato diceva: « Riprova. Il ferro ti insegna se sai ascoltarlo ».
Il maestro non cercò mai gloria o riconoscimenti. La sua soddisfazione era vedere i suoi ragazzi diventare uomini, vederli camminare con la schiena dritta, fieri del proprio mestiere. Eppure, con il tempo, il suo nome divenne leggenda. Le generazioni successive parlavano di lui con rispetto e riconoscenza, ricordando le sue lezioni, le sue mani callose e il suo sguardo severo ma giusto.
Quando, ormai anziano, Attilio si ritirò dall’insegnamento, la scuola continuò a esistere nel ricordo di chi l’aveva vissuta. I suoi ex allievi, ormai maestri a loro volta, trasmettevano ai giovani le stesse lezioni, gli stessi principi. La frase incisa sui diplomi rilasciati a fine corso continuava a riecheggiare nei cuori di chi aveva avuto la fortuna di varcare la soglia della Scuola Artigianelli: “Chi ti ha insegnato un giorno il lavoro, è tuo padre per la vita.”
E così fu. Anche dopo la sua scomparsa, Attilio Toniolo restò vivo nei racconti dei suoi ragazzi, nei gesti di chi, impugnando un martello o una chiave inglese, ripeteva inconsciamente i suoi movimenti. Ogni bullone stretto, ogni truciolo di ferro caduto sul banco, ogni macchina riparata portava con sé un pezzo della sua eredità. Il maestro della forgia non era più, ma il suo spirito continuava a vivere nel lavoro delle mani che lui stesso aveva formato. UMBERTO RAVAGNANI

FOTO: Gruppo di Artigianelli in un carro allegorico della Scuola di A. Toniolo.
NOTA: * Da una testimonianza di Italo Guarda raccolta circa trent’anni fa.
BIBLIOGRAFIA: – L.Mistrorigo, A.Maggio, “Montebello Novecento”, Montebello Vicentino, 1997.

Umberto Ravagnani

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ATTILIO MARASCHIN

[435] ATTILIO MARASCHIN
Il soldato maniscalco

Attilio Maraschin nacque il 5 novembre 1899 a Montebello Vicentino, figlio di Spiridione e di Angela Pranovi. Cresciuto in una famiglia modesta, imparò presto il mestiere di maniscalco, lavorando accanto al padre nella bottega di famiglia. La sua era una vita semplice, scandita dal lavoro e dalle tradizioni di paese, ma il corso della storia stava per sconvolgere la sua esistenza.
Nel maggio del 1917, quando non aveva ancora compiuto diciotto anni, Attilio si presentò volontariamente alla visita di leva, spinto forse dall’entusiasmo patriottico o, più probabilmente, dalla convinzione che la guerra fosse ormai inevitabile per i giovani della sua generazione. Arruolato come soldato di prima categoria, venne assegnato al 6° Reggimento Alpini, nel Centro Truppe Complementari di Vicenza. Dopo un breve addestramento, fu inviato al fronte.
La sua prima destinazione fu l’Altopiano di Asiago, un teatro di guerra aspro e difficile, dove il conflitto si combatteva tra trincee, boschi e passi montani spazzati dal gelo. Qui, Attilio imparò rapidamente cosa significasse la guerra: notti insonni, bombardamenti incessanti, attacchi improvvisi e la paura costante della morte. Con il 6° Alpini, prese parte a diverse operazioni difensive, ma il peggio doveva ancora arrivare.
Alla fine di ottobre 1917, la battaglia di Caporetto cambiò il volto del fronte italiano. L’offensiva austro-tedesca travolse le linee difensive, costringendo l’esercito italiano a una ritirata precipitosa. Il caos si diffuse tra le truppe: ponti distrutti, strade bloccate, soldati isolati dietro le linee nemiche. Anche Attilio si trovò coinvolto in quel disastro. La sua unità cercò di ritirarsi ordinatamente verso il fronte vicentino, ma la pressione nemica era schiacciante.
Nei giorni della ritirata, la marcia era un inferno di fatica e disperazione. I soldati avanzavano nel fango, senza cibo e con divise inzuppate dalla pioggia autunnale. La stanchezza era tale che alcuni si accasciavano ai bordi delle strade, incapaci di proseguire. Molti furono catturati dai reparti austro-tedeschi, che avanzavano con una strategia impeccabile, tagliando le vie di fuga e chiudendo in trappola intere divisioni italiane.
Quando agli inizi di novembre 1917 il generale Conrad, ex capo di stato maggiore austroungarico, lanciò l’offensiva contro il massiccio delle Melette i reparti italiani riuscirono a bloccare ogni tentativo d’attacco che costò agli imperiali enormi perdite. Fu molto probabilmente nel corso di questa battaglia che Attilio, insieme a molti altri soldati italiani, fu fatto prigioniero. Il ricordino mostrato in figura ce lo conferma.
Fu deportato a Toblach (Dobbiaco), in Alto Adige, che all’epoca era territorio austro-ungarico. Qui, nei campi di prigionia, le condizioni erano spaventose. Il freddo, la fame e le malattie decimavano i prigionieri più della guerra stessa. Il cibo era scarso, spesso limitato a un pezzo di pane nero e una brodaglia annacquata. Le malattie, come la dissenteria e la tubercolosi, si diffondevano rapidamente tra i detenuti indeboliti. Molti non riuscivano a sopravvivere all’inverno. Attilio visse mesi di sofferenza nel campo. I prigionieri, costretti a lavori pesanti nonostante la malnutrizione, scavavano trincee, trasportavano materiali e talvolta venivano impiegati in fabbriche di armi o nella manutenzione delle linee ferroviarie austriache. Il gelo delle montagne rendeva la prigionia ancora più insostenibile. Le scarse lettere che riuscivano a scrivere ai familiari erano censurate e spesso non arrivavano mai a destinazione. I racconti dei sopravvissuti descrivono un’esistenza ai limiti della resistenza umana. Attilio vide molti dei suoi compagni soccombere alla fame e alle malattie. Alcuni tentarono la fuga, ma pochi ci riuscirono. Le guardie austriache non esitavano a punire con durezza qualsiasi tentativo di insubordinazione. La speranza si affievoliva ogni giorno di più.
Il 24 aprile 1918, Attilio Maraschin morì in prigionia. Non si sa se per malattia, denutrizione o per le conseguenze di ferite non curate. La sua morte venne registrata con poche parole burocratiche, senza dettagli sulle sue ultime ore. Ciò che rimaneva di lui venne sepolto a Toblach, fino a quando, il 22 ottobre 1921, i suoi resti furono riportati a Montebello Vicentino per essere sepolti nella terra che gli aveva dato i natali.
Quando la notizia della sua morte giunse a Montebello, il dolore colpì la sua famiglia come un colpo violento. La madre, Angela, cadde in ginocchio stringendo la lettera che annunciava la fine del suo ragazzo. Il padre restò in silenzio, con lo sguardo perso nel vuoto, incapace di accettare che il figlio fosse morto in terra straniera senza che loro potessero dargli un ultimo saluto. Gli amici di infanzia si riunirono in paese, increduli, ricordando i giorni spensierati passati insieme prima che la guerra li separasse. Ogni casa del paese conosceva una storia simile, ma ogni perdita sembrava sempre unica, irrimediabile, e lasciava dietro di sé un vuoto che nulla avrebbe potuto colmare.
La sua storia sarebbe rimasta una delle tante vicende dimenticate della Grande Guerra, se non fosse stato per un dettaglio: la sua cattura avvenne in circostanze che lo sollevarono da ogni sospetto di diserzione. In quegli anni, infatti, molti prigionieri italiani furono accusati di aver abbandonato il fronte volontariamente, e per alcuni di loro la prigionia si trasformò in un marchio d’infamia. Attilio, invece, venne ricordato come un soldato fedele al suo dovere, vittima di eventi più grandi di lui. Il fratello maggiore, Vittorio, sopravvisse alla guerra e fu decorato con la Croce di Guerra al Merito. Forse, nel suo ritorno a casa, portò con sé il peso della memoria di Attilio, di un fratello minore strappato alla vita troppo presto. E così, nel silenzio delle lapidi, la storia di un giovane maniscalco diventato soldato rimase come un’ombra discreta, parte della grande tragedia collettiva della Prima Guerra Mondiale.
UMBERTO RAVAGNANI – OTTORINO GIANESATO

FOTO: Il ricordino di Attilio Maraschin (Umberto Ravagnani).
BIBLIOGRAFIA: – O.GIANESATO, Montebello e i suoi caduti nella guerra 1915-18, 2014;
– M.Rigoni Stern, 1915-1918 La guerra sugli Altipiani, 2000.

Umberto Ravagnani

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RODOLFO FREALDO

[434] RODOLFO FREALDO
Medaglia di bronzo al valor militare

Frealdo Rodolfo nacque il 3 novembre 1894 a Montebello Vicentino, in una famiglia semplice ma laboriosa. Suo padre, Angelo, era un calzolaio noto nella contrada di Via Borgolecco, mentre sua madre, Santa Rossi, si dedicava alla casa e alla crescita dei figli. Sin da giovane, Rodolfo dimostrò una forte determinazione nel cercare un futuro migliore. La situazione economica della famiglia non gli permise di studiare a lungo, e così, come molti suoi coetanei, si trovò costretto a cercare lavoro altrove. Scelse la strada dell’emigrazione e si trasferì in Germania, trovando impiego come minatore. Quel lavoro, duro e pericoloso, temprò il suo carattere, rendendolo ancora più risoluto e resistente alle avversità.
Tuttavia, il richiamo della patria lo raggiunse anche oltre confine. Il 1° dicembre 1914 si presentò presso il Consolato Italiano di Dortmund per la visita di leva. Tre giorni dopo, senza esitare, tornò in Italia e venne assegnato al 5° Reggimento Fanteria della Brigata Aosta. Durante il periodo di addestramento si distinse per la sua dedizione e la sua forza fisica, tanto da essere assegnato alla squadra zappatori, un ruolo che richiedeva grande resistenza e abilità nel costruire e demolire strutture in condizioni estreme. Questo incarico segnò il suo percorso militare e lo preparò alle dure battaglie che lo attendevano.
Nel maggio del 1915, con l’ingresso dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale, Rodolfo si trovò subito catapultato in prima linea. Dopo mesi di combattimenti, il 25 gennaio 1916 venne trasferito al 3° Reggimento Fanteria della Brigata Piemonte. Il viaggio lo portò lontano, fino in Sicilia, dove raggiunse il deposito del reggimento a Messina. Questo spostamento faceva parte della riorganizzazione delle forze italiane in vista delle future offensive. Durante questo periodo, grazie alle sue doti di comando e alla sua esperienza sul campo, venne promosso a caporale. Ma il suo destino era ancora una volta segnato da continui cambiamenti: con il nuovo grado venne trasferito al 222° Reggimento Fanteria della Brigata Jonio, un’unità impegnata in alcuni dei teatri più duri del conflitto.
La Brigata Jonio combatté in diversi fronti cruciali, dall’Altopiano di Asiago alla Valsugana, fino all’infernale linea dell’Isonzo. Nel giugno del 1916, l’esercito austro-ungarico lanciò una massiccia offensiva nota come “Strafexpedition”, un’operazione volta a spezzare le difese italiane e sfondare fino alla Pianura Padana. Fu in questo scenario che Rodolfo compì il gesto che gli avrebbe garantito un posto nella memoria storica della sua comunità.
Il 17 giugno 1916, nei pressi di Samone (Valsugana), a quota 694, il suo reggimento ricevette l’ordine di avanzare sotto un violento fuoco nemico. Rodolfo, con il coraggio che lo aveva sempre contraddistinto, fu il primo a lanciarsi all’attacco. Impugnando una scure, si fece largo tra i reticolati austriaci, cercando disperatamente di aprire un varco per i suoi compagni. Il nemico, asserragliato nelle trincee, rispose con un’intensa raffica di mitragliatrici. Nonostante il pericolo, Rodolfo continuò il suo lavoro, incitando gli altri soldati a non fermarsi. La sua voce si levò chiara sopra il fragore della battaglia, spronando i commilitoni a resistere e avanzare.
La scena era surreale: in mezzo a esplosioni e grida, lui, con la sola forza delle braccia e del suo spirito indomito, cercava di spezzare quelle barriere che impedivano l’avanzata. I suoi compagni, ispirati da tanta determinazione, lo seguirono. Ma il destino era in agguato: un colpo lo raggiunse al petto, facendolo cadere tra i fili di ferro che aveva già in parte reciso. Il suo corpo rimase sospeso tra i reticolati, simbolo tragico di una lotta disperata per la vittoria.
Il suo sacrificio non fu vano. L’azione eroica di Rodolfo permise al suo reparto di guadagnare terreno prezioso. Il suo nome venne iscritto tra i caduti e il suo coraggio fu riconosciuto con la Medaglia di Bronzo al Valore Militare. La motivazione ufficiale, riportata nel Bollettino Ufficiale del 10 gennaio 1917 a pagina 122, recita: “Con esemplare ardire, primo della sua squadra, si slanciava all’assalto delle trincee nemiche sotto raffiche di mitragliatrici. Giunto ai reticolati cercava di abbatterli con una scure. Con la voce e l’esempio incitava i compagni a perseverare nell’arduo lavoro di distruzione dei reticolati stessi finché, colpito a morte, cadeva tra i fili che aveva tagliato.
La storia di Frealdo Rodolfo è una delle tante vicende di eroismo dimenticate dal tempo, ma che meritano di essere raccontate. Non era un generale, non era un ufficiale di alto rango, ma un uomo semplice, un minatore divenuto soldato per necessità e per dovere. La sua esistenza, segnata dalla fatica e dal sacrificio, si concluse in un atto di estrema generosità, offrendo la propria vita per permettere ad altri di avanzare.
Montebello Vicentino non ha dimenticato il suo nome. La sua famiglia, gli amici, i compaesani lo ricordano come un simbolo di dedizione e coraggio. La sua storia è una testimonianza di quel senso di appartenenza e sacrificio che animava tanti giovani dell’epoca, pronti a lasciare tutto per rispondere alla chiamata della patria.
Oggi, in un’epoca di pace, la memoria di Rodolfo ci invita a riflettere sul valore della libertà e sul costo del sacrificio umano. Il suo esempio ci ricorda che dietro ogni nome inciso sulle lapidi dei caduti c’è una vita, una storia, un sogno interrotto dalla guerra. E che il loro ricordo deve essere mantenuto vivo, affinché il loro sacrificio non sia stato vano. UMBERTO RAVAGNANI – OTTORINO GIANESATO

FOTO: Frealdo Rodolfo Medaglia di bronzo al valor militare (rielaborazione grafica Umberto Ravagnani).
BIBLIOGRAFIA: O.GIANESATO, MONTEBELLO E I SUOI CADUTI NELLA GUERRA 1915-18, 2014.

Umberto Ravagnani

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LE VOCI DEL PASSATO

[433] LE VOCI DEL PASSATO
Una testimonianza di Angelo Valente

Quando attraversava il ponte del “Marchese” a Montebello e vedeva scorrere le acque putride e nauseabonde del torrente Chiampo, Angelo Valente (chi non l’ha conosciuto?) sentiva stringersi il cuore. Ricordava un tempo in cui quel torrente era limpido, quando le sue acque portavano con sé il candore delle rocce e il profumo del muschio delle valli. Era un’epoca di fatica e sacrificio, ma anche di dignità e semplicità, un tempo che oggi sembra appartenere a un mondo dimenticato.*
Angelo era cresciuto in una famiglia di sterratori. Fin da ragazzo aveva lavorato nel letto del torrente per scavare sabbia e ghiaia. Il lavoro era duro: d’inverno il gelo gli penetrava nelle ossa mentre i piedi nudi sprofondavano nell’acqua gelida, d’estate il sole bruciava la pelle, riverberando sulla sabbia bianca. La giornata iniziava all’alba e terminava al tramonto. Il piccone serviva a scavare la ghiaia, il badile a lanciarla contro il setaccio per separarla dalla sabbia, la carriola a trasportarla sugli argini. Era un lavoro senza tregua, senza diritti e senza protezioni.
A mezzogiorno sua madre arrivava con un pentolino di minestrone e qualche fetta di polenta, avvolta in un tovagliolo per mantenerla calda. Seduto su un sasso, divorava tutto con la fame di chi sa che non ci sarà altro fino a sera. Il loro salario si misurava a carriole e a metri cubi di materiale scavato: poco, misero, eppure necessario per sopravvivere. La fatica era tanta, ma la dignità non gli mancava.
Non lavorava da solo. Sul greto del torrente le lavandaie sciacquavano i panni, battendoli con forza sulle pietre, e i bambini venivano a giocare nelle buche che scavavano. Quegli avvallamenti diventavano piscine naturali, dove l’acqua restava fresca e limpida, irrobustendo il corpo dei ragazzi. Era un’epoca dura, ma la comunità era unita: la solidarietà era spontanea, nessuno restava indietro.
Frequentava la scuola quando poteva, ma i giorni passati in classe erano pochi rispetto a quelli passati nel torrente. Col passare degli anni, la sua vita prese altre strade. Lasciò il lavoro di sterratore e acquistò un motocarro con cui trasportava merci tra i paesi. Ogni giorno era diverso: incontrava gente nuova, scopriva angoli nascosti, ascoltava storie di chi viveva lungo il suo percorso.
Lavorava con autonomia, senza padroni né orari imposti. La strada divenne la sua compagna, il motocarro la sua casa mobile. Non aveva più il fango sotto i piedi, ma la libertà del viaggio e la certezza di un mestiere che gli dava dignità.
Si sposò con Maria Rosa, una brava ragazza del paese, e insieme misero su famiglia. La vita era dura, ma la felicità si trovava nelle piccole cose: il profumo del pane appena sfornato, le sere d’estate passate a chiacchierare sotto le stelle, il sorriso dei loro figli. Sapevano accontentarsi, apprezzare quello che avevano, senza desiderare sempre di più.
Angelo continuava a guardare quel torrente, ormai soffocato dai rifiuti e dagli scarti delle concerie. Pensava a come il tempo aveva cambiato tutto: la fatica di una volta era stata sostituita dalle macchine, la vita di comunità aveva lasciato il posto all’individualismo, e quella limpidezza, che qualche decennio prima pareva scontata, era diventata un ricordo lontano. Non rimpiangeva la durezza di quei giorni, ma si chiedeva se davvero si era guadagnato qualcosa nel perdere il senso di unità e di rispetto per la natura che allora esisteva.
La sua storia non è solo sua: è la storia di un’epoca e di un paese che rischia di essere dimenticato. Ma finché qualcuno la racconterà, finché qualcuno guarderà quel torrente con gli stessi occhi con cui lui lo guardava da ragazzo, forse quel passato non sarà andato perso del tutto. UMBERTO RAVAGNANI

FOTO: Pulizia del greto del torrente Chiampo e recupero di pietre e sabbia, a Montebello nel 1919 (IWM – Imperial War Museum).
NOTA: * Da una testimonianza di Angelo Valente raccolta circa trent’anni fa.
BIBLIOGRAFIA: – L.Mistrorigo, A.Maggio, “Montebello Novecento”, Montebello Vic., 1997.
Vedi anche l’articolo n. [376] IL PIÚ BUONO DELL’ANNO.

Umberto Ravagnani

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1921: ITALIA NEL CAOS

[432] 1921: ITALIA NEL CAOS
scioperi, occupazioni e disagio sociale

 

Quando il fragore delle armi cessò nel 1918, l’Italia non trovò la pace, ma un’agonia silenziosa. Il paese era stremato, con città sventrate dai bombardamenti, campagne impoverite e un’economia in ginocchio. Ovunque si respirava l’odore acre della miseria e della disperazione. La popolazione si aggrappava alla speranza di un futuro migliore, ma la realtà restituiva solo disillusione. Le istituzioni, deboli e frammentate, faticavano a rispondere alle necessità urgenti del paese, lasciando spazio a nuovi movimenti politici che cercavano di capitalizzare il malcontento.
I reduci rientrarono nelle loro case, convinti di essere accolti come eroi. Ma la nazione per cui avevano rischiato la vita sembrava averli dimenticati. Le promesse fatte durante il conflitto si rivelarono vuote: non c’erano terre da distribuire, né impieghi garantiti. Molti, incapaci di reinserirsi nella società, si abbandonarono alla rabbia e alla frustrazione. Questo sentimento di abbandono e tradimento alimentò la nascita delle prime squadre d’azione fasciste, composte proprio da quegli uomini che, dopo aver imparato la violenza in trincea, non riuscivano più a farne a meno.
Il disagio era particolarmente forte tra i giovani che non riuscivano a immaginare un futuro stabile. L’inflazione galoppante erodeva i risparmi, e i prezzi dei beni di prima necessità aumentavano vertiginosamente. Per molti ex soldati, la disillusione si trasformò in violenza politica, alimentando tensioni che avrebbero segnato il decennio successivo.
Il malcontento serpeggiava in ogni angolo del paese. Operai e contadini, stanchi di lavorare per una miseria, iniziarono scioperi e occupazioni di fabbriche e terreni. Le proteste si moltiplicarono: da Milano a Torino, da Bologna alla Sicilia, le folle si riversavano per le strade, chiedendo giustizia sociale e migliori condizioni di vita. Gli industriali e i proprietari terrieri, spaventati dalla forza delle proteste, chiesero protezione allo Stato, ma il governo era troppo fragile per intervenire con fermezza.
I sindacati acquisirono sempre più potere, mentre gli scioperi coinvolgevano intere città. Gli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine divennero all’ordine del giorno, trasformando le strade in veri e propri campi di battaglia. Nel biennio rosso (1919-1920), le occupazioni di fabbriche raggiunsero l’apice, e molti temevano che l’Italia stesse per precipitare in una rivoluzione simile a quella russa del 1917.
Anche Montebello, una piccola comunità apparentemente lontana dai grandi sconvolgimenti politici, fu travolta dal caos del dopoguerra. Qui la tensione si manifestò nelle campagne, tra incendi di fienili, scioperi e furti sempre più frequenti. L’apice della violenza fu raggiunto nel 1921, quando un treno diretto Venezia-Milano fu fatto deragliare nella zona della cotrada Fracanzana. L’incidente provocò la morte del macchinista e ferì, in modo grave, cinque passeggeri. La notizia si diffuse rapidamente, aumentando il senso di insicurezza e paura.
Nel frattempo, la criminalità divenne un problema quotidiano. Tra maggio e agosto dello stesso anno, Montebello assistette a una serie di episodi di sangue: un giovane fu ucciso durante un furto, un carabiniere perse la vita in uno scontro a fuoco con una banda di rapinatori. La popolazione, disorientata, si chiedeva se il paese sarebbe mai tornato a conoscere la pace.
In un clima di crescente instabilità, anche la religione divenne bersaglio di violenze e atti di dissacrazione. A Montebello, una croce venne data alle fiamme, un negozio di un esponente cattolico devastato e una processione religiosa interrotta da manifestanti anticlericali. La lotta non era più solo politica ed economica, ma si estendeva al tessuto più profondo della società, mettendo in discussione valori e tradizioni secolari.
Nel frattempo, il fascismo cresceva. Le squadre d’azione iniziarono a reprimere con la violenza le proteste operaie e contadine. Gli scontri tra socialisti e fascisti si fecero sempre più frequenti e cruenti, contribuendo a un clima di paura e incertezza che avrebbe presto portato alla Marcia su Roma.
Tra il 1919 e il 1922 Montebello visse una delle fasi più critiche della sua storia moderna. Il paese era un campo di battaglia tra ideologie opposte: socialisti e comunisti da un lato, nazionalisti e fascisti dall’altro. L’Italia era diventata una polveriera pronta ad esplodere, la paura di una rivoluzione bolscevica, come quella avvenuta in Russia, spinse la borghesia e i ceti medi a cercare un’alternativa che garantisse ordine e sicurezza. Fu in questo contesto che Benito Mussolini, con il suo movimento fascista, iniziò a guadagnare consenso, presentandosi come il solo in grado di riportare stabilità.
Nel 1922, la Marcia su Roma segnò la fine di questo periodo turbolento e l’inizio di una nuova era: quella del regime fascista. Mussolini e i suoi sostenitori riuscirono a prendere il potere sfruttando il malcontento diffuso, la paura della rivoluzione e l’incapacità del governo liberale di affrontare la crisi. Da quel momento, l’Italia avrebbe conosciuto vent’anni di dittatura, guerra e repressione.
Il primo dopoguerra non fu dunque un periodo di ricostruzione, ma una lenta e dolorosa discesa verso una nuova era di conflitti. L’Italia non aveva trovato la pace: si stava solo preparando alla prossima tempesta.

FOTO: Deragliamento del diretto Venezia-Milano nella notte del 5 giugno 1921, nei pressi della contrada Fracanzana (Collezione privata Umberto Ravagnani).
NOTA: Vedi anche l’articolo n. [209] del 26 novembre 2020 “Un deragliamento sospetto“.
BIBLIOGRAFIA:
– G. Sabbatucci, “La crisi italiana del primo dopoguerra”, 1976.
– Diario manoscritto di Mons. Antonio Zanellato prevosto di Montebello dal 1919 al 1952 (Archivio parrocchiale di Montebello).

Umberto Ravagnani

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BEATI GLI EREDI

[431] BEATI GLI EREDI

Se durante la loro vita gli Anselmi badarono sempre e unicamente al profitto e al loro tornaconto, altrettanto furono generosi nel momento della loro dipartita da questo mondo. E Caterina Dal Molin, compagna per una vita di Gio.Batta Anselmi e sua erede universale, non fu da meno di colui che nel 1851 la rese madre di Bortolo (poi sindaco di Montebello Vicentino dal 1893 al 1900). A 20 anni di distanza dalla morte di Gio.Batta avvenuta nel 1878, se ne andò per sempre anche Caterina Dal Molin. In entrambe le tristi occasioni, tra i dipendenti beneficati, vi furono Angelo Lovato e il figlio Amedeo prima, e il solo Amedeo poi nel 1898, essendo frattanto morto il padre. Una lunga fedeltà a significare che l’attaccamento dei dipendenti ai propri padroni era dettato anche dal rispetto e dal buon trattamento sia umano che economico da loro ricevuto.
Nella prima occasione i gastaldi Angelo Lovato e il figlio Amedeo ricevettero una tantum ciascuno Lire 300, il cocchiere Giovanni Pavan Lire 400, ognuno dei domestici Lire 200 e le donne di servizio Lire 100 sempre una tantum.
Nel 1898 il fedelissimo Amedeo Lovato, anziché in denaro, fu ancora premiato tramite il testamento di Caterina Dal Molin con un appezzamento di terreno di 7 campi chiamato “la pezza”. A sua volta il cameriere Antonio Gosmin ricevette 8 campi nella contrà del Borgo di Montebello.
Non fu dimenticata la Congregazione di Carità di Montebello alla quale andarono Lire 600, la stessa somma di denaro che fu donata in precedenza da Gio.Batta ai poveri incaricando il Prevosto della sua distribuzione.
Questi furono solo alcuni dei beneficiari ricordati nei due testamenti. L’elenco dei fortunati, sia da parte di Gio.Batta che di Caterina, fu lunghissimo e oltre ai soldi furono lasciate in eredità come ricordo svariate ‘cose’ più o meno preziose, da un orologio d’oro con catena pure d’oro a capi di biancheria.
Una diversa, ma efficace maniera di beneficare il prossimo, fu quella intrapresa da un’altra ricca famiglia di origini montebellane.
Come già raccontato in un precedente lavoro, dal titolo “DUE FAMIGLIE RAMPANTI” (gli Anselmi e i Garzetta di Montebello), mentre il 19° secolo si chiudeva, anche la seconda famiglia citata concludeva la sua storia con Rosa Garzetta, già moglie di Gio.Batta Salvi. Il 4 maggio 1899 Rosa (a volte Rosina) non smentì la longevità del padre Antonio e del nonno Carlo, entrambi nati a Montebello, e spirò alla bella età di 95 primavere, quindi solo un anno dopo la dipartita di Caterina Dal Molin, I suoi resti mortali trovarono l’eterno riposo ad Albettone nell’oratorio di San Giacomo di proprietà del marito, Gio.Batta Salvi.
Nel corso dell’Ottocento, i Garzetta dopo aver conservato a Montebello solo pochi beni immobili, come la casa in contrà della Centa venduta nel 1812, si trasferirono a Campolongo dei Berici dove avevano acquistato vaste estensioni di terreni comprendenti sia coltivazioni che boschi.
In seguito le sorelle Carolina e Rosa, nate entrambe nel primo decennio dell’ottocento nella Val Liona, alla morte del padre Antonio avvenuta nel 1838, si divisero più di mille campi. Però mentre Carolina continuava ad occupare il palazzo di Campolongo, Rosina aveva trovato domicilio in quello che il marito Gio.Batta Salvi possedeva al centro del paese di Albettone.
Già dal 1818 il suocero di Rosina, Gio.Batta, omonimo del marito, elargì all’Oratorio di san Giacomo 50 Lire annue. E il figlio continuò a sostenere questo oratorio come aveva fatto il padre. Tanto amava questo luogo sacro che dopo la sua morte e sepoltura a Vicenza, Rosina, esaudendo le sue ultime volontà, ottenne il permesso di trasferire da Vicenza ad Albettone i suoi resti mortali.
Questo avvenne dopo il 1858, quando “Rosina Garzetta del fu Antonio da Montebello presentò alla Reverendissima Curia Vescovile di Vicenza la proposta per la istituzione di una mansioneria perpetua con messa quotidiana nell’oratorio pubblico di sua proprietà sito in Albettone, nel quale devono essere trasportate, dietro grazioso permesso ottenuto dall’Eccelso Imperial Regio Ministero, gli avanzi (sic!) mortali del fu nobile Gio.Batta de’ Salvi…”. Pertanto, continuando a sostenere l’oratorio di san Giacomo con le sue finalità religiose e caritatevoli, Rosina Garzetta assegnò alla mansioneria dell’oratorio una casa civile di due piani, una cantina, una stalla e tre campi nella contrà dei Falchi di Albettone. Inoltre il dominio diretto della possessione di 78 campi denominata “il bosco” con un edificio rurale, corte e orto, nel vicino comune di Agugliaro.
Non avendo avuto figli si suppone che tutto il suo patrimonio e quello del marito (639 campi) sia stato diviso tra i nipoti della sorella Carolina moglie di Lodovico Bonin-Longare, e forse tra qualche nipote, se c’erano, del suo defunto congiunto (Ottorino Gianesato).

FOTO: Villa Anselmi, nuova sede dal 2013 di Bottega Veneta a Montebello (elaborazione grafica Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani
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RISO AMARO

[430] RISO AMARO

Il racconto dal titolo “la Vispa Teresa”, pubblicato in gennaio, si chiude citando il matrimonio di (Maria) Teresa Pelli-Fabbroni, fiorentina di nascita, col padovano conte Lodovico Miari.
E’ utile ricordare che il dottor Giuseppe Pasetti, primo sindaco di Montebello dopo l’annessione del Veneto al Regno d’Italia del 1866, era il nonno materno della citata Teresa, essendo costei la figlia di Giulia Pasetti che proprio nel palazzo Sangiovanni di via Borgolecco aveva maritato il toscano Giovanni Pelli-Fabbroni.
Nel 1922 Lodovico Miari acquistò dalla sorella maggiore Anna moglie di Luigi Carlotti la villa di Montebello, oggi in un penoso degrado, ma nonostante ciò, ancora conosciuta con il suo cognome. Avvenne quindi che, nel giro di pochi decenni, tre delle più prestigiose residenze estive montebellane erano diventate le lussuose dimore di membri di famiglie tra loro legate da vincoli di parentela più o meno stretti, ma che alla fine riconducevano ai Pasetti.
Per inciso villa Sangiovanni, poi Sparavieri, il dottor Giuseppe Pasetti, mediante il suo testamento, l’aveva assegnata alla figlia Amalia, zia di Teresa. La villa Palffy era poi di pertinenza dell’omonimo conte marito di Anna Villani, pro-zia materna di Teresa nonché cognata di Giuseppe Pasetti. E infine nel 1922, la prestigiosa villa, già appartenuta a diverse e ricche personalità e diventata poi villa Miari-Carlotti, si appellava ora solo Miari, avendola comprata Lodovico (n. 1872), ultimo di cinque fratelli, dalla primogenita sorella Anna (n.1859).
Quindi Teresa Pelli-Fabbroni, nipote del dottor Giuseppe Pasetti, dopo un lungo periodo trascorso a Firenze tornava a Montebello a fianco del marito Lodovico Miari. Nella sua vita ebbe l’onore di diventare Dama di Palazzo di Sua Maestà la Regina Elena. Non per niente, chiamò proprio Elena una figlia, in onore della sovrana. E non dimenticò i genitori e i nonni sia materni che paterni dando agli altri figli i nomi: Giulia, Gian Felice e Bianca.
Concludendo, traspare e sorprende il fascino che Montebello e la sua collina esercitarono verso alcune agiate nobili famiglie, pur originarie da casate di lontani paesi, spingendole a trovare qui pace e tranquillità.
Chi erano i Miari, da dove provenivano, e in cosa consistevano maggiormente le loro ricchezze?
Di chiare e nobili origini bellunesi, si trasferirono a Padova, imparentandosi con alcune ricche famiglie come quella dei marchesi Buzzaccarini.
Lodovico Miari, figlio di Felice e di Anna Giulia Sabina dei conti Miari, possedeva con altri della sua famiglia, vaste proprietà nel delta del Po’ soprattutto nel comune di Porto Tolle.
Dopo la prima metà dell’ottocento molti latifondisti, tra questi i Venier, i Farsetti i Tiepolo, investirono ingenti capitali nella zona del delta del grande fiume. Grazie all’utilizzo della forza motrice del vapore poterono bonificare, tramite le idrovore, sconfinate campagne. Con la legge Baccarin del 1882, mediante i finanziamenti concessi dallo stato al Consorzio di Bonifica, fu possibile rendere coltivabile gran parte del comprensorio dell’isola di Ariano.
Anche la famiglia Miari approfittò di questa nuova opportunità per praticare in larga scala la coltivazione del riso. Questo durò almeno fino agli anni cinquanta del novecento. Nel frattempo, prima dello scoppio della seconda guerra mondiale Lodovico Miari vendette la sua villa di Montebello. Non aveva quindi posseduto a lungo questo prestigioso edificio, preferendo cederlo alla famiglia Casarotti. In seguito, a guerra finita, la fortuna girò le spalle a Lodovico Miari poiché un DECRETO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA Luigi Einaudi del 18 dicembre 1952 (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 13 del 13 gennaio 1953) sancì l’esproprio di circa 140 ettari (poco meno di 400 campi vicentini) di sua proprietà divisi in due distinti corpi. Tutto era cominciato il 7 febbraio del 1951 allorché, sempre con un altro decreto del Presidente della Repubblica, venne istituito l’Ente per la Colonizzazione del Delta Padano operante in 23 comuni sparsi tra le province di Rovigo, Venezia e Ferrara. In pratica, data la mancanza di lavoro e perdurando la triste eredità della guerra, si voleva frazionare i grandi latifondi per assegnarli ai vari coloni. In quegli anni il Ministro per l’Agricoltura e le Foreste era Amintore Fanfani.
A nulla valsero le opposizioni di Lodovico Miari affinché i suoi terreni fossero esclusi dall’esproprio, tanto che alla fine dovette arrendersi. D’altronde dei due corpi dei terreni sottoposti al provvedimento, uno di 31 ettari era coltivato a risaia, mentre l’altro di 109 ettari, ne aveva solo 10 seminativi. Quindi quasi 100 ettari risultavano coltivabili, ma non produttivi. Ecco allora un motivo in più perché lo stato procedesse all’esproprio di quella vasta proprietà, forse un tempo coltivata totalmente a risaia, ma lasciata improduttiva. La cifra pagata a Lodovico Miari (o agli eredi) dallo stato come contropartita, fu di Lire 11.425.760 e 70 centesimi ossia Lire 7.609.249 e 10 centesimi per il primo corpo e Lire 3.816.511 e 60 centesimi per il secondo. I terreni in oggetto si trovavano precisamente nell’isola della Valle della Donzella, presso il canale Merabolo ed erano solo una cospicua parte di quelli posseduti da Lodovico Miari, questo lo si evince dai nomi dei proprietari dei campi esclusi dal provvedimento confinanti con quelli espropriati. Tra questi figuravano lo stesso Lodovico, Giovanni Voltolin, Antonio Veronesi, Luigi Bellon. Anche la figlia Bianca Miari1 venne espropriata di un piccolo lotto di terreno, confinante con i fondi di suo padre, di 6,8 ettari (poco meno di 20 campi vicentini).
Forse Lodovico Miari non assistette alla infelice e definitiva perdita di quei sui terreni né al risarcimento degli stessi, perché proprio nel 1952 venne a mancare all’età di 80 anni. Non si sa quanto questa triste pagina avesse contribuito a minare la sua salute. Sicuramente Lodovico Miari non fu l’unico proprietario terriero a subire l’esproprio e l’Ente per la Colonizzazione raggiunse l’obiettivo di dare spazio alla piccola e media proprietà contadina con il frazionamento. Ne è prova che in virtù delle varie bonifiche la popolazione del comune di Porto Tolle passò dagli 11.000 abitanti del 1911 ai quasi 21.000 del 1951, 5.000 dei quali negli ultimi 5 anni. Attualmente il numero degli abitanti sparsi nel vasto territorio comunale si è più che dimezzato contando poco più di 9.000 unità. Nel corso degli anni il riso del Delta del Po’ ha ottenuto il marchio I.G.P. Tra le varietà coltivate, secondo gli esperti, e a parere dei polesani, la Carnaroli del delta risulta essere tra le migliori d’Italia se non la migliore. (Ottorino Gianesato)

NOTA: 1) Un articolo apparso su “La Gazzetta di Venezia” il 24 gennaio 1939 getta luce su aspetti rilevanti della famiglia del conte Lodovico Miari. Il pezzo annuncia le nozze imminenti della figlia Bianca, sottolinea l’agiatezza della famiglia e svela la residenza del conte: un magnifico palazzo veneziano, simbolo della sua posizione sociale, da cui amministrava le sue attività dopo aver lasciato Montebello. « … In occasione delle nozze imminenti della contessina Anna Miari con Don Lodovico Melzi d’Eril duca di Lodi, le sale di palazzo Miari al ponte della Canonica si sono aperte ieri sera ad un sontuoso ricevimento a cui sono intervenuti, intorno ai nobili fidanzati, tutti i parenti delle due aristocratiche famiglie e una gran folla elegante di invitati della migliore società veneziana, veneta e lombarda e tra essi le maggiori autorità cittadine. Gli ospiti furono ricevuti con squisita amabilità dalla padrona di casa, madre della fidanzata, contessa Maria Teresa Miari Pelli Fabbroni Dama di Palazzo di S. M. la Regina Elena, e dal conte Lodovico nonché dai fidanzati raggianti di felicità, ai quali vennero presentati in una cornice di fiori, gli auguri più fervidi. Alla contessina Miari, gentile pianista e colta musicista, sono pervenuti in gran copia ricchissimi doni che, esposti nelle sale di palazzo Miari, suscitarono iersera viva ammirazione. Le nozze saranno benedette giovedì prossimo a S. Marco da S. E. il cardinale Caccia Dominioni. » (Umberto Ravagnani)

FOTO: L’Isola della Donzella, sul delta del Po, dove Lodovico Miari aveva gran parte dei suoi possedimenti terrieri (elaborazione grafica Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani
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GIUSTIN VALMARANA

[429] GIUSTIN VALMARANA
Potere, Conflitti e Patrimonio

Giustin Valmarana era un uomo di grande influenza, il cui nome era legato a immensi possedimenti e a un patrimonio che lo rendeva una delle figure più potenti del suo tempo. Dai documenti catastali dell’epoca, emerge un quadro impressionante: a Montebello possedeva 291 campi coltivati, diverse case, una decima e persino un’abitazione con licenza per ospitare un’osteria e una macelleria. Le sue proprietà a Montebello erano affittate a famiglie di spicco come i Merlughi, i Padoan, i Pizzardini e i Marangoni. Oltre a queste, si aggiungevano case situate in Contrada della Chiesa, al Borgo e alla Guà. Spiccano tra i suoi beni l’osteria Grande, l’osteria alla Guà e una macelleria particolarmente redditizia. Inoltre, la casa in Contrada Vigazzolo e numerose altre abitazioni gli garantivano un reddito annuo considerevole di 221 ducati. I suoi possedimenti si estendevano su vaste aree: 68 campi al Vanzo, 40 al Frassine, 4 a San Egidio e molti altri, rendendolo un proprietario terriero di straordinario rilievo.
Il primo gennaio del 1725 fu una data chiave per il futuro della famiglia Valmarana. I fratelli di Giustin, Leonoro, don Giulio Cesare e Bartolomeo, si riunirono per stabilire un piano che garantisse la continuità della loro casata. Essendo tutti figli del defunto conte Cristoforo Valmarana, la responsabilità di assicurare un futuro alla famiglia ricadeva su di loro. Tuttavia, né Leonoro né Bartolomeo volevano assumersi l’impegno del matrimonio, mentre don Giulio Cesare, essendo un uomo di Chiesa, non poteva prendere parte a questioni ereditarie. Così, la responsabilità cadde su Giustin, il quale accettò il compito di sposarsi e generare eredi per il bene della dinastia. Per consolidare l’accordo, Leonoro dichiarò che, in caso di divisione dei beni, avrebbe ceduto un terzo della sua quota ai figli maschi che sarebbero nati dal matrimonio di Giustin. Inoltre, stabilì che, alla sua morte, il suo intero patrimonio sarebbe andato ai nipoti. Pochi mesi dopo, il 9 marzo 1725, anche don Giulio Cesare e Bartolomeo decisero di fare lo stesso, affidando a Giustin la gestione dell’intero patrimonio e nominandolo amministratore unico.
Questo incarico portava con sé enormi responsabilità. Giustin non solo doveva occuparsi della gestione delle terre e degli affitti, ma anche garantire ai fratelli una rendita sufficiente per vivere agiatamente, compresa la possibilità di avere una dimora qualora avessero scelto di non risiedere nella casa di famiglia a Vicenza. Tuttavia, nonostante questi accordi, ben presto scoppiò un conflitto. Don Giulio Cesare avviò una lunga battaglia legale contro il fratello, accusandolo di non fornirgli abbastanza denaro per mantenere uno stile di vita decoroso in qualità di abate dei Filippini. Don Giulio aveva un carattere instabile: entrava e usciva ripetutamente dall’ordine religioso, cambiava spesso residenza e, quando si trovava a Montebello, alloggiava nella casa di Francesco Piana, in contrada della Chiesa. Era noto per la sua propensione a spendere generosamente e per la sua tendenza a elargire doni in occasione di eventi importanti, come la corsa del Palio di Montebello. La richiesta di don Giulio Cesare di raddoppiare l’assegno annuale portò a una controversia che sfociò in un lungo processo legale, caratterizzato da scambi di accuse e tensioni familiari. Giustin si difese sostenendo di aver sempre rispettato gli accordi, sottolineando che il matrimonio era stato un onere imposto dai fratelli e che doveva sostenere le spese per cinque figlie, due figli maschi e due sorelle monache, oltre a gestire un’enorme proprietà.
Il caso arrivò prima davanti al podestà di Vicenza e poi alle autorità della Serenissima a Venezia. Per fare chiarezza sulla questione, vennero analizzati i testamenti della famiglia Valmarana e i beni che Giustin aveva acquisito dopo la morte del padre. Questi documenti si rivelarono cruciali per comprendere la distribuzione del patrimonio e la sua gestione nel tempo.
Uno dei simboli più evidenti del potere e della ricchezza della famiglia Valmarana era la loro magnifica villa a Montebello, oggi conosciuta come villa Zonin. Questa splendida residenza venne edificata nel 1707 per volontà del conte Cristoforo Valmarana, come indicava un’iscrizione scolpita sulla facciata e riportata dallo storico Faccioli: «Christophorus comes de Valmarana q. Com. – Eleonori a fundamentis erexit – Anno MDCCVII». Tuttavia, durante l’occupazione francese, la villa subì un destino inaspettato: fu trasformata in un albergo pubblico e divenne nota come l’Osteria Grande. Questa trasformazione la rese un punto di riferimento per gli ufficiali francesi di stanza nella regione. Si racconta che lo stesso Napoleone Bonaparte, dal balcone della villa, abbia infiammato la folla con uno dei suoi celebri discorsi. Anche il patriota Silvio Pellico vi soggiornò durante il suo tragico viaggio verso la prigionia dello Spielberg.
Un dettaglio interessante legato alla villa riguardava il suo ingresso. Per accedere all’Osteria Grande, infatti, era necessario scendere alcuni gradini, poiché nel tempo la strada principale (oggi via XXIV Maggio) era stata sopraelevata a causa dell’innalzamento del letto del fiume Chiampo. La facciata della villa, impreziosita da quattro maestose paraste doriche, una raffinata trabeazione e un frontone decorato con eleganti statue, la rendeva una delle dimore più affascinanti e iconiche della zona.
Nel corso degli anni, la storia della famiglia Valmarana continuò a intrecciarsi con le vicende politiche e sociali del tempo. Giustin, nonostante le dispute e le difficoltà, rimase una figura centrale nella gestione del patrimonio familiare, lasciando un’impronta duratura nella storia di Montebello e nei ricordi di chi visse in quel periodo. Il suo impegno nella conservazione delle ricchezze e nella gestione delle proprietà dimostrò la sua abilità e la sua determinazione nel mantenere saldo il nome della famiglia Valmarana.

BIBLIOGRAFIA: – L.Bedin, “Santa Maria di Montebello” Vol II, Montebello Vicentino 2018.
– B. Munaretto, “Memorie storiche di Montebello Vicentino“, Montebello Vicentino 1932.
FOTO: Villa Valmarana-Boroni in una foto di qualche anno fa (Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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IL MONTE DEI FRATI

[428] IL MONTE DEI FRATI
Un enigma affascinante

Nel 1731, a Montebello Vicentino, il prevosto Don Pietro Caprini decise di intraprendere un’iniziativa che avrebbe cambiato profondamente la vita spirituale del paese. Animato dal desiderio di rafforzare la fede e migliorare l’assistenza spirituale alla comunità, Don Pietro, con l’approvazione della Spettabile Comunità, invitò i Padri Minori Riformati a stabilirsi nella sua parrocchia. Questo gesto, accolto con entusiasmo, segnò l’inizio di un nuovo capitolo nella storia del territorio.
Il 14 settembre di quello stesso anno iniziarono i lavori per la costruzione del Sacro Ospizio. L’edificio, situato sul colle sopra la contrada Mussolina, in un’area chiamata oggi Contrada Ospizio, era pensato per offrire accoglienza ai frati e per diventare un luogo di spiritualità per l’intera comunità. Ben presto, il colle fu ribattezzato Monte dei Frati, un nome che rifletteva la presenza costante e significativa dei religiosi.
Il Sacro Ospizio non era solo una dimora per i frati, ma un centro pulsante di attività religiose e sociali. All’interno fu costruito un oratorio pubblico dedicato a San Pietro d’Alcantara, un santo molto amato dai Francescani, noto per la sua vita di austerità e la profonda devozione. L’oratorio divenne presto un punto di ritrovo per i fedeli, che vi si recavano per pregare e partecipare alle funzioni religiose.
I frati si distinsero per il loro instancabile impegno verso la comunità. Non si limitarono a dedicarsi alla preghiera e alla meditazione, ma presero parte attiva alla vita della parrocchia. Collaboravano nelle funzioni della Chiesa Prepositurale, offrivano conforto spirituale agli ammalati e si occupavano anche di aiutare le famiglie in difficoltà. La loro presenza era un faro di speranza, specialmente nei momenti più difficili.
Uno degli aspetti più apprezzati del loro lavoro era la predicazione domenicale durante l’Avvento. Ogni settimana, i frati condividevano sermoni pieni di significato e ispirazione, capaci di toccare i cuori di tutti i presenti. I loro messaggi, improntati alla riflessione e alla speranza, accompagnavano i fedeli verso il Natale, rafforzando il senso di comunità e la devozione. Questo impegno durò con costanza fino al 1769, lasciando un segno indelebile nella memoria collettiva.
Con il passare degli anni, il Sacro Ospizio divenne sempre più importante per la comunità. Il prevosto Leonardo Sangiovanni, che succedette a Don Pietro Caprini, condivise la stessa visione di accoglienza e sostegno verso i frati. Non solo li accolse con grande calore, ma li supportò in ogni necessità. Li autorizzò a celebrare la messa nella chiesa parrocchiale e fornì loro tutto il necessario per portare avanti i riti religiosi.
Nei primi tempi, le celebrazioni avvenivano in un semplice casone provvisorio. Tuttavia, la crescente importanza della loro missione portò alla costruzione di un convento vero e proprio, che divenne la loro dimora stabile. Questo edificio non era solo un luogo fisico, ma un simbolo di dedizione e servizio. Era un punto di riferimento per chi cercava aiuto spirituale o semplicemente un luogo dove trovare pace e conforto.
Il Monte dei Frati, con il suo Sacro Ospizio e l’oratorio, diventò un centro vitale per l’intera comunità di Montebello Vicentino. La presenza dei Padri Minori Riformati rappresentava un sostegno tangibile, sia dal punto di vista spirituale che sociale. Le loro iniziative, dalla cura degli ammalati alla predicazione, testimoniavano una dedizione profonda verso il prossimo e un’autentica vocazione Francescana.
Questo luogo, nato dall’intuizione di Don Pietro Caprini e portato avanti con passione dai frati e dalla comunità, divenne un esempio concreto di come la fede possa trasformare un territorio.
I Frati Minori Riformati furono una delle principali comunità francescane, poste sotto il ministro generale degli Osservanti. Nel 1897 furono uniti agli Osservanti, ai Recolletti e agli Alcantarini, formando l’Ordine dei Frati Minori.
Dopo la separazione tra Osservanti e Conventuali, il dibattito sulla fedeltà alla regola francescana continuò a scuotere l’Ordine, dando vita a nuovi movimenti di riforma. In Italia, i frati desiderosi di seguire una disciplina più rigorosa presero il nome di Riformati. Questo ramo ebbe origine il 6 gennaio 1519, quando Francesco Licheto, ministro generale degli Osservanti, affidò il convento di Fonte Colombo, vicino Rieti, a Bernardino d’Asti e Stefano da Molina, figure centrali del rinnovamento.
Nel 1532, papa Clemente VII, con la bolla In suprema “militantis Ecclesiae”, autorizzò i frati più rigorosi a ritirarsi in conventi dedicati, obbligando i ministri provinciali a creare spazi per queste comunità. Successivamente, nel 1579, papa Gregorio XIII, con la bolla “Cum illius vicem”, concesse maggiore autonomia ai Riformati, che furono organizzati in custodie. Nel 1639, papa Urbano VIII permise alle custodie con almeno dodici conventi di diventare province.
Nel 1762, i Riformati raggiunsero il numero di 19.000 membri, affiancandosi ai 17.300 della famiglia cismontana e ai 22.600 della ultramontana.

BIBLIOGRAFIA: L.Bedin, “Santa Maria di Montebello” Vol II, Montebello Vicentino 2018.
IMMAGINE: Ricostruzione dell’Ospizio dei frati Francescani scalzi d’Alcantara (cortesia Luigi Bedin, rielaborazione grafica Umberto Ravagnani, 2025).

Umberto Ravagnani

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LETTERE A MARIA

[427] LETTERE A MARIA
Un enigma affascinante

Non accade certo ogni giorno ciò che capitò al celebre Aleardo Aleardi.1 Solitamente, quando un nome femminile o una figura di donna appaiono nei versi o nella prosa di uno scrittore famoso, la persona coinvolta mantiene un riserbo discreto. Lettori, critici e curiosi, al contrario, si scatenano nella caccia all’identità nascosta, rincorrendo ipotesi e teorie che spesso restano irrisolte. Basti pensare al mistero eterno attorno a Beatrice di Dante, o alle Silvie e Nerine di Leopardi. Ma la storia che riguarda Aleardi è unica nel suo genere e merita di essere raccontata.
Era il 1846 quando il giovane e affascinante conte veronese presentò al censore austriaco2 il suo volume intitolato “Lettere a Maria”. L’opera, un elegante intreccio di prosa poetica, ebbe un successo fulminante. Persino il censore, solitamente severo e distaccato, espresse un entusiasmo incondizionato. Ben presto, le pagine del libro iniziarono a conquistare lettori di ogni genere: giovani donne, patrioti e letterati si lasciarono incantare dalle emozioni che quei versi evocavano.
A Verona, come in altre città, molte donne iniziarono a dichiararsi segrete ispiratrici delle lettere. Una miriade di “Marie” si moltiplicò tra sorrisi e allusioni, ognuna desiderosa di rivendicare un legame speciale con il poeta.
Tra le tante ipotesi che ruotavano intorno al mistero di Maria, una figura spiccava con una certa autorevolezza: Francesca Monti, una donna di eccezionale bellezza e raffinatezza. Nata a Napoli, divenne Baronessa sposando il Barone Hermann di Trieste, uomo d’affari e figura di spicco della società asburgica. La coppia si trasferì a Verona, dove Francesca conquistò l’ammirazione di tutti con il suo portamento elegante e la sua passione per le arti. Non era raro trovarla circondata dai più brillanti esponenti dell’intellettualità dell’epoca, attratti non solo dalla sua intelligenza, ma anche da un fascino che pareva magnetico.
A un certo punto, però, Francesca si ritirò bruscamente dalla scena mondana. Abbandonò la vivacità di Verona per stabilirsi in una villa imponente a Montebello Vicentino, conosciuta attualmente come Villa Miari o Villa Casarotti.3 Questa dimora, situata a mezza costa, domina, ancora oggi, il paesaggio con la sua struttura elegante e, all’epoca del racconto, con dei giardini molto ben curati. Tuttavia, il trasferimento non fu dettato solo dal desiderio di tranquillità. Negli anni in cui la Baronessa vi risiedette, la villa fu utilizzata per ospitare i lavoratori impegnati nella costruzione della ferrovia Milano-Venezia, la celebre Ferdinandea. Questi uomini, spesso stanchi e poco attenti, lasciarono profonde tracce del loro passaggio, costringendo Francesca a organizzare un restauro completo della proprietà una volta terminati i lavori.
Durante il suo ritiro a Montebello, Francesca si dedicò a cause filantropiche, istituendo il primo asilo rurale per l’infanzia nella regione. Questo gesto, insieme alla sua improvvisa scomparsa dai salotti dell’alta società, alimentò voci e supposizioni. Molti iniziarono a credere che fosse lei la famosa Maria, musa ispiratrice delle celebri lettere di Aleardo Aleardi. La sua bellezza, il mistero che la circondava e la connessione con l’ambiente culturale dell’epoca la rendevano una candidata ideale.
Durante una serata in uno dei salotti più rinomati di Brescia, Aleardi annunciò casualmente che la donna che aveva più amato sarebbe arrivata il giorno successivo. L’affermazione scatenò un turbine di curiosità e invidie. Chi era questa donna? Sarebbe stata finalmente svelata la vera Maria?
L’indomani, la città fu in fermento. Nei salotti e lungo le strade, un clima di attesa febbrile aleggiava ovunque. Alcune signore rimasero nascoste dietro le finestre delle loro case, spiando dagli angoli strategici, pronte a scoprire l’identità della misteriosa figura. Infine, in tarda mattinata, Aleardo si fece vedere, passeggiando con calma sotto i portici. Al suo braccio, però, non c’era una nobildonna, né una bellezza leggendaria, ma una vecchina sorridente, avvolta in un semplice scialle. Era la sua balia, colei che gli aveva donato amore e cure nei suoi primi anni di vita. Con questo gesto ironico e affettuoso, Aleardo svelò il suo disinteresse per le rivalità e le vanità che lo circondavano.
La storia di Aleardo Aleardi si intreccia con i tumulti di un’epoca, riflettendo sia la forza della poesia sia le difficoltà della lotta per la libertà. Le sue parole, intrise di passione e impegno, continuano a risuonare come un richiamo al coraggio e alla bellezza, mentre il mistero di Maria rimane un affascinante enigma nel cuore della letteratura italiana.

BIBLIOGRAFIA: – Il quotidiano “Corriere della sera” del 17 febbraio 1927.
– A.Aleardi, LETTERE A MARIA, Venezia, 1846.
NOTE: 1) Il poeta, scrittore e conte Aleardo Aleardi, al secolo Aleardi Gaetano Maria, (assunse più tardi il nome con cui divenne famoso, Aleardo) nacque a Verona il 14 novembre 1812 dal conte Giorgio e da Maria Canali.
2) Dal 1815 al 1866 il Regno Lombardo-Veneto fu una regione amministrativa dell’Impero austriaco.
3) Questi sono i vari passaggi di proprietà della villa: Righi, Zanuso, Hermann, Mocenigo, Miari-Carlotti, Miari, Casarotti, Meneguzzo, Ogwang.
FOTO: Villa Miari in una foto di qualche anno fa (rielaborazione grafica Umberto Ravagnani, 2021).

Umberto Ravagnani

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LA VISPA TERESA

 

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IL RITRATTO STRAPPATO

 

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UN SECOLO DI “MURARI”

 

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RECLUTE E SOLDATI IN FUGA

 

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UN NATALE DI SPERANZA

 

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DON EUGENIO XOMPERO

 

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A. PEDROLLO UN GENIO MUSICALE

[420] ARRIGO PEDROLLO: un genio musicale
Una vita dedicata alla musica, tra innovazione e tradizione

Il 23 dicembre 2024 segnerà il sessantesimo anniversario della scomparsa di Arrigo Pedrollo, straordinario compositore di Montebello Vicentino. La sua musica, ricca di sfumature e intensità, rappresenta un ponte tra tradizione e innovazione. Pedrollo non era solo un musicista, ma un autentico poeta dei suoni, capace di raccontare emozioni universali attraverso le sue note. La sua eredità artistica continua a risuonare, ispirando nuove generazioni e mantenendo viva la memoria di un talento unico. Celebrare Pedrollo significa onorare un faro della nostra cultura musicale, un esempio eterno di passione e genio creativo.
Nato il 5 dicembre 1878 a Montebello Vicentino, Arrigo Pedrollo rappresenta uno dei nomi più brillanti della musica italiana del XX secolo. La sua vita e la sua carriera testimoniano un raro connubio di talento, dedizione e visione, che gli hanno permesso di conquistare un posto di rilievo nel panorama lirico e sinfonico internazionale.
Figlio di Luigi Pedrollo, organista e direttore di banda, e di Santa Businello, Arrigo crebbe in un ambiente ricco di stimoli musicali. Il talento precoce del giovane Pedrollo si rivelò già in tenera età: a soli quattro anni suonava composizioni di Chopin, mentre a cinque otteneva i suoi primi riconoscimenti pubblici. La contessa Elisa Marsilio Orgian Piovene, colpita dalle sue doti, intervenne per introdurlo ai maestri Antonio e Gaetano Coronaro.
Grazie a questo sostegno, nel 1892 Pedrollo fu ammesso al Conservatorio di Milano, distinguendosi come il migliore tra undici candidati. Qui studiò pianoforte sotto la guida di Guglielmo Andreoli e approfondì armonia e composizione con Gaetano Coronaro, ereditando una solida preparazione che sarebbe stata alla base della sua futura produzione musicale. Durante gli anni di studio, la sua versatilità lo portò a diventare “maestrino”, insegnando pianoforte e solfeggio a studenti più giovani.
Nel 1900, a conclusione del suo percorso di studi, Pedrollo presentò la sua Sinfonia in Si Minore, conosciuta come La romantica. L’opera, articolata in quattro movimenti, fu diretta nientemeno che da Arturo Toscanini, un evento straordinario per un giovane compositore. Questo riconoscimento segnò un momento cruciale per la sua carriera, consacrandolo come un talento emergente nel panorama musicale italiano.
Il 1908 segnò una tappa fondamentale per Pedrollo con la vittoria del Concorso Sonzogno grazie alla sua prima opera lirica, Juana. Basata sul libretto di Carlo De Carli, Juana si distinse per la complessità emotiva e narrativa, combinando tradizione e sperimentazione. L’opera debuttò nel 1914 al Teatro Eretenio di Vicenza, riscuotendo un grande successo e venendo replicata in molti altri teatri italiani.
Parallelamente, Pedrollo compose Terra Promessa, un’opera che esplorava tematiche bibliche e spirituali attraverso una scrittura musicale raffinata. Presentata per la prima volta al Teatro Ponchielli di Cremona, l’opera fu accolta con entusiasmo e successivamente rielaborata nel 1913, confermando l’abilità del compositore di innovare pur rimanendo radicato nella tradizione.
Il 1920 rappresentò un anno chiave nella carriera di Pedrollo, segnato dalla presentazione di due delle sue opere più importanti: La veglia e L’uomo che ride. La prima, rappresentata al Teatro dei Filodrammatici di Milano, si caratterizzò per un’intensa carica emotiva e un linguaggio musicale innovativo. Accolta con entusiasmo, l’opera fu replicata in Italia e all’estero, arrivando anche al Metropolitan di New York.
Contemporaneamente, Pedrollo portò in scena L’uomo che ride, un adattamento del celebre romanzo di Victor Hugo. Quest’opera, messa in scena al Teatro Costanzi di Roma, consolidò la sua reputazione come uno dei compositori più apprezzati del suo tempo, dimostrando la sua capacità di tradurre grandi capolavori letterari in esperienze musicali di grande impatto.
Milano divenne la città d’elezione per Pedrollo, non solo come compositore ma anche come docente. Nel 1924, Maria di Magdala, un’opera lirica ispirata a temi evangelici, debuttò al Teatro Dal Verme, ottenendo grande successo. Due anni dopo, il compositore presentò Delitto e castigo, tratto dall’omonimo romanzo di Dostoevskij, alla Scala di Milano. Quest’opera, caratterizzata da una scrittura orchestrale audace e da un’intensa introspezione psicologica, rappresentò uno dei vertici della sua carriera.
Parallelamente all’attività compositiva, Pedrollo assunse nel 1929 la cattedra di contrappunto al Conservatorio di Milano, contribuendo alla formazione di una nuova generazione di musicisti e consolidando il suo ruolo nella scena musicale italiana.
Negli anni Trenta, Pedrollo continuò a creare opere di grande rilievo, come Primavera Fiorentina e L’amante in trappola, quest’ultima basata su una novella del Decamerone. Queste composizioni, apprezzate sia in Italia che all’estero, dimostrarono la capacità del compositore di rinnovare il linguaggio musicale senza abbandonare le radici della tradizione lirica.
Un’altra opera significativa fu Il giglio di Alì, composta negli anni Quaranta e frequentemente trasmessa dalla Rai. Questo lavoro riflette la maturità artistica di Pedrollo, capace di combinare elementi tradizionali e moderni con una sensibilità unica.
Nel 1941, Pedrollo lasciò il Conservatorio di Milano per dirigere il Liceo Musicale Pollini di Padova. Tuttavia, il legame con la sua terra d’origine rimase sempre forte, e nel 1942 tornò a Vicenza, dove trascorse gli ultimi anni della sua vita. Sebbene in questa fase la sua attività compositiva si fosse ridotta, Pedrollo continuò a essere una figura di riferimento nella scena musicale italiana.
Arrigo Pedrollo è stato un compositore capace di unire tradizione e innovazione, creando opere che ancora oggi risuonano per la loro profondità emotiva e il loro valore artistico. Dalle sue prime composizioni sinfoniche ai capolavori lirici, la sua carriera rappresenta un modello di dedizione e genialità.
Oggi, il suo lavoro è un tesoro che merita di essere riscoperto, non solo come testimonianza di una straordinaria epoca musicale, ma anche come esempio di un artista che ha saputo interpretare il suo tempo con passione e visione.
Nel 1924, Arrigo Pedrollo creò la Marcia dei Combattenti, un omaggio carico di emozione per l’inaugurazione del monumento ai caduti di Montebello. Questa composizione per banda, che potrebbe essere ancora custodita negli archivi della banda civica locale, rappresenta un pezzo di storia e tradizione che meriterebbe di essere riscoperto e valorizzato.
Un sincero ringraziamento va al nipote di Arrigo, Raffaello Pedrollo, il cui contributo informativo è stato indispensabile per questo nostro articolo. Raffaello inoltre ci informa della recentissima produzione del CD di La Veglia da parte del soprano Denia Mazzola Gavazzeni pubblicata da Bongiovanni Bologna e che la Nuova Orchestra Pedrollo, un’orchestra d’archi attiva dal 2014, si esibisce regolarmente, mantenendo vivo il nome del maestro. Alcune registrazioni, disponibili su YouTube, permettono di riscoprire il fascino della sua musica.

LA NUOVA ORCHESTRA PEDROLLO è composta da musicisti che scelgono di incontrarsi, condividere esperienze e intrecciare storie attraverso la musica. Ogni prova è un dialogo tra note scritte e mani che le rendono vive, rivelando una bellezza nascosta. La musica diventa arte viva, arricchita dai luoghi, dalle emozioni del pubblico e dall’unione di strumenti.

ARRIGO PEDROLLO: WALZER - Ascolta ...

Umberto Ravagnani

BIBLIOGRAFIA:
– G.Maccagnan, Una vita per la musica, 2018;
– F.Grassi, Arrigo Pedrollo, 1979.
– Testi del soprano Denia Mazzola Gavazzeni per la recentissima registrazione di “La Veglia” – Bongiovanni Bo 2024.
FOTO:
1) Il Maestro Arrigo Pedrollo ai tempi di “Juana” – 1914. Sullo sfondo ritratto di Giosuè Carducci con dedica (dal libro Arrigo Pedrollo di Francesco Grassi).
2) Lettera manoscritta inviata da Arrigo Pedrollo ad un suo ammiratore a l’Havana (Cuba), il 26 novembre 1924. All’interno le prime note dell’opera “Maria di Magdala” (collezione privata Umberto Ravagnani).
3) Arrigo Pedrollo all’epoca di “L’uomo che ride“, esattamente un secolo fa, in prima pagina sulla prestigiosa rivista “Musica e Scena”.

Vedi anche gli articoli n.[150] del 5/9/2019 “ARRIGO PEDROLLO” in e n.[359] del 12/10/2023 “Memoria per ARRIGO PEDROLLO”.

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DIMENTICATO IN TERRA STRANIERA

 

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PER UN SACCO DI PATATE

 

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LA VILLA DEI MALASPINA

 

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LA BONIFICA DELL’AGRO PONTINO

 

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MONS. SILVESTRO ALBERTINI

 

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ADELE DE FILIPPI

 

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LA CASA DEL FASCIO A MB

 

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RINUNCIA ALLA CITTADINANZA

 

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PADRE GIORGIO M. ZEINI

 

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IL MAESTRO GIOVANNI GOBBO

 

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IL MORBO ASIATICO

 

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MARIA DE GIACOMI

 

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ROSANNA ZANESCO

 

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