[435] ATTILIO MARASCHIN
Il soldato maniscalco
Attilio Maraschin nacque il 5 novembre 1899 a Montebello Vicentino, figlio di Spiridione e di Angela Pranovi. Cresciuto in una famiglia modesta, imparΓ² presto il mestiere di maniscalco, lavorando accanto al padre nella bottega di famiglia. La sua era una vita semplice, scandita dal lavoro e dalle tradizioni di paese, ma il corso della storia stava per sconvolgere la sua esistenza.
Nel maggio del 1917, quando non aveva ancora compiuto diciotto anni, Attilio si presentΓ² volontariamente alla visita di leva, spinto forse dallβentusiasmo patriottico o, piΓΉ probabilmente, dalla convinzione che la guerra fosse ormai inevitabile per i giovani della sua generazione. Arruolato come soldato di prima categoria, venne assegnato al 6Β° Reggimento Alpini, nel Centro Truppe Complementari di Vicenza. Dopo un breve addestramento, fu inviato al fronte.
La sua prima destinazione fu lβAltopiano di Asiago, un teatro di guerra aspro e difficile, dove il conflitto si combatteva tra trincee, boschi e passi montani spazzati dal gelo. Qui, Attilio imparΓ² rapidamente cosa significasse la guerra: notti insonni, bombardamenti incessanti, attacchi improvvisi e la paura costante della morte. Con il 6Β° Alpini, prese parte a diverse operazioni difensive, ma il peggio doveva ancora arrivare.
Alla fine di ottobre 1917, la battaglia di Caporetto cambiΓ² il volto del fronte italiano. Lβoffensiva austro-tedesca travolse le linee difensive, costringendo lβesercito italiano a una ritirata precipitosa. Il caos si diffuse tra le truppe: ponti distrutti, strade bloccate, soldati isolati dietro le linee nemiche. Anche Attilio si trovΓ² coinvolto in quel disastro. La sua unitΓ cercΓ² di ritirarsi ordinatamente verso il fronte vicentino, ma la pressione nemica era schiacciante.
Nei giorni della ritirata, la marcia era un inferno di fatica e disperazione. I soldati avanzavano nel fango, senza cibo e con divise inzuppate dalla pioggia autunnale. La stanchezza era tale che alcuni si accasciavano ai bordi delle strade, incapaci di proseguire. Molti furono catturati dai reparti austro-tedeschi, che avanzavano con una strategia impeccabile, tagliando le vie di fuga e chiudendo in trappola intere divisioni italiane.
Quando agli inizi di novembre 1917 il generale Conrad, ex capo di stato maggiore austroungarico, lanciΓ² l’offensiva contro il massiccio delle Melette i reparti italiani riuscirono a bloccare ogni tentativo d’attacco che costΓ² agli imperiali enormi perdite. Fu molto probabilmente nel corso di questa battaglia che Attilio, insieme a molti altri soldati italiani, fu fatto prigioniero. Il ricordino mostrato in figura ce lo conferma.
Fu deportato a Toblach (Dobbiaco), in Alto Adige, che allβepoca era territorio austro-ungarico. Qui, nei campi di prigionia, le condizioni erano spaventose. Il freddo, la fame e le malattie decimavano i prigionieri piΓΉ della guerra stessa. Il cibo era scarso, spesso limitato a un pezzo di pane nero e una brodaglia annacquata. Le malattie, come la dissenteria e la tubercolosi, si diffondevano rapidamente tra i detenuti indeboliti. Molti non riuscivano a sopravvivere allβinverno. Attilio visse mesi di sofferenza nel campo. I prigionieri, costretti a lavori pesanti nonostante la malnutrizione, scavavano trincee, trasportavano materiali e talvolta venivano impiegati in fabbriche di armi o nella manutenzione delle linee ferroviarie austriache. Il gelo delle montagne rendeva la prigionia ancora piΓΉ insostenibile. Le scarse lettere che riuscivano a scrivere ai familiari erano censurate e spesso non arrivavano mai a destinazione. I racconti dei sopravvissuti descrivono unβesistenza ai limiti della resistenza umana. Attilio vide molti dei suoi compagni soccombere alla fame e alle malattie. Alcuni tentarono la fuga, ma pochi ci riuscirono. Le guardie austriache non esitavano a punire con durezza qualsiasi tentativo di insubordinazione. La speranza si affievoliva ogni giorno di piΓΉ.
Il 24 aprile 1918, Attilio Maraschin morì in prigionia. Non si sa se per malattia, denutrizione o per le conseguenze di ferite non curate. La sua morte venne registrata con poche parole burocratiche, senza dettagli sulle sue ultime ore. Ciò che rimaneva di lui venne sepolto a Toblach, fino a quando, il 22 ottobre 1921, i suoi resti furono riportati a Montebello Vicentino per essere sepolti nella terra che gli aveva dato i natali.
Quando la notizia della sua morte giunse a Montebello, il dolore colpì la sua famiglia come un colpo violento. La madre, Angela, cadde in ginocchio stringendo la lettera che annunciava la fine del suo ragazzo. Il padre restò in silenzio, con lo sguardo perso nel vuoto, incapace di accettare che il figlio fosse morto in terra straniera senza che loro potessero dargli un ultimo saluto. Gli amici di infanzia si riunirono in paese, increduli, ricordando i giorni spensierati passati insieme prima che la guerra li separasse. Ogni casa del paese conosceva una storia simile, ma ogni perdita sembrava sempre unica, irrimediabile, e lasciava dietro di sé un vuoto che nulla avrebbe potuto colmare.
La sua storia sarebbe rimasta una delle tante vicende dimenticate della Grande Guerra, se non fosse stato per un dettaglio: la sua cattura avvenne in circostanze che lo sollevarono da ogni sospetto di diserzione. In quegli anni, infatti, molti prigionieri italiani furono accusati di aver abbandonato il fronte volontariamente, e per alcuni di loro la prigionia si trasformΓ² in un marchio dβinfamia. Attilio, invece, venne ricordato come un soldato fedele al suo dovere, vittima di eventi piΓΉ grandi di lui. Il fratello maggiore, Vittorio, sopravvisse alla guerra e fu decorato con la Croce di Guerra al Merito. Forse, nel suo ritorno a casa, portΓ² con sΓ© il peso della memoria di Attilio, di un fratello minore strappato alla vita troppo presto. E cosΓ¬, nel silenzio delle lapidi, la storia di un giovane maniscalco diventato soldato rimase come unβombra discreta, parte della grande tragedia collettiva della Prima Guerra Mondiale.
UMBERTO RAVAGNANI – OTTORINO GIANESATO
FOTO: Il ricordino di Attilio Maraschin (Umberto Ravagnani).
BIBLIOGRAFIA: – O.GIANESATO, Montebello e i suoi caduti nella guerra 1915-18, 2014;
– M.Rigoni Stern, 1915-1918 La guerra sugli Altipiani, 2000.
Umberto Ravagnani
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