[436] L’OFFICINA DELLE SPERANZE
Attilio Toniolo: l’uomo che insegnava a creare il futuro

Attilio Toniolo era un uomo d’altri tempi, di quelli che sapevano trasformare il ferro in arte e i ragazzi in uomini. La sua officina, modesta e ricolma dell’odore acre del metallo arroventato, era un luogo sacro per decine di giovani apprendisti che varcavano la soglia con mani inesperte e occhi carichi di speranza. La scuola che portava il suo nome non era solo un’officina: era una palestra di vita, dove si forgiavano caratteri prima ancora che ingranaggi o prodotti meccanici finiti.
Attilio era un uomo non molto alto, dal viso scavato e dalle mani segnate da anni di lavoro. La sua voce, ferma e sicura, sapeva incutere rispetto e infondere fiducia allo stesso tempo. Aveva iniziato come tutti, piegando la schiena sulla forgia, martellando il ferro con precisione e dedizione. Non c’erano scorciatoie nel mestiere, e lui lo sapeva bene. Per questo, quando decise di aprire la Scuola Artigianelli, volle che i ragazzi imparassero come si deve, senza mezzi termini, senza indulgenze inutili.
La scuola nacque negli anni difficili, quando la guerra ancora gettava la sua lunga ombra sull’Italia. In un’epoca in cui i giovani senza mezzi erano costretti a prendere la via del lavoro manuale senza una preparazione adeguata, Attilio volle offrire loro un’opportunità. Con la benedizione della Camera di Commercio e dell’Associazione Artigiani di Vicenza, avviò un piccolo laboratorio in via Vigazzolo, ospitato in un vecchio oratorio. La polvere e il rumore si mescolavano all’odore di olio e trucioli di ferro, mentre i ragazzi, chini sui banchi di legno, si cimentavano nei primi rudimenti della meccanica.
Quando l’officina venne ceduta alla Pellizzari di Arzignano, la scuola si trasferì in viale Verona, all’interno di un vecchio mulino di proprietà del signor Verlato. Non era un luogo sfarzoso, ma bastava. Un capannone rettangolare, spartano, con lunghe file di banchi di legno e attrezzi ordinatamente disposti lungo le pareti annerite dal fumo delle forge. Ogni giorno, decine di ragazzi si mettevano all’opera, divisi tra lezioni teoriche e pratiche. La mattina si studiavano le leggi della meccanica, il pomeriggio si mettevano in pratica, con martelli, lime e chiavi inglesi.
Attilio era sempre lì, con il grembiule sporco di fuliggine e le mani ruvide, a insegnare ai suoi ragazzi che il mestiere non era solo un modo per guadagnarsi da vivere, ma una missione. «Il ferro non mente», diceva spesso. «Se lo tratti con rispetto, ti seguirà. Se cerchi di ingannarlo, si spezzerà nelle tue mani.» Era un principio che valeva anche per la vita. Nonostante la disciplina ferrea, i ragazzi lo rispettavano e, col tempo, lo amavano. Sapevano che dietro quella severità c’era un uomo che credeva in loro. Per molti, la scuola era più di un’opportunità: era un rifugio, una speranza in un futuro migliore. Attilio non chiedeva nulla in cambio, se non impegno e dedizione. Gli allievi pagavano una quota per frequentare le lezioni, ma i più meritevoli vedevano il loro debito estinguersi con il loro stesso lavoro. Man mano che affinavano le loro capacità, ricevevano mance settimanali e, per i più bravi, un vero e proprio salario. Era un sistema meritocratico, un’idea rivoluzionaria in un’epoca in cui i figli dei poveri non avevano scelta se non quella di sottostare ai capricci di un padrone.
Molti di quegli apprendisti, una volta terminati gli studi, rimasero a lavorare con lui. L’officina del maestro Toniolo produceva macchine per la lavorazione del legno e riparava attrezzi agricoli. Ogni giorno, il suono dei martelli sulle incudini riempiva l’aria, accompagnato dal crepitio delle forge e dal ronzio delle lime che scivolavano sul metallo grezzo. In quelle mura si respirava il sacrificio, ma anche la soddisfazione di vedere nascere qualcosa dalle proprie mani. Nel tempo, la scuola divenne una fucina di talenti. Meccanici esperti, uomini capaci di affrontare le sfide della vita con determinazione e coraggio, uscirono da quelle porte per trovare lavoro nelle grandi industrie della zona, come la Pellizzari di Arzignano o le fabbriche di Montebello. Non importava dove finissero: il marchio di Attilio Toniolo li accompagnava ovunque. Era una sorta di sigillo d’eccellenza, una garanzia che quel ragazzo sapeva il fatto suo.
Ogni mattina, Attilio era il primo ad arrivare e l’ultimo ad andare via. C’era un rituale che tutti conoscevano bene: con una tazza di caffè nero e un piccolo taccuino, osservava il lavoro degli apprendisti e prendeva appunti. Se uno di loro sbagliava, non lo rimproverava subito, ma gli lasciava il tempo di accorgersi dell’errore. Solo quando il ragazzo tornava con il pezzo difettoso, Attilio alzava lo sguardo e con un sorriso appena accennato diceva: « Riprova. Il ferro ti insegna se sai ascoltarlo ».
Il maestro non cercò mai gloria o riconoscimenti. La sua soddisfazione era vedere i suoi ragazzi diventare uomini, vederli camminare con la schiena dritta, fieri del proprio mestiere. Eppure, con il tempo, il suo nome divenne leggenda. Le generazioni successive parlavano di lui con rispetto e riconoscenza, ricordando le sue lezioni, le sue mani callose e il suo sguardo severo ma giusto.
Quando, ormai anziano, Attilio si ritirò dall’insegnamento, la scuola continuò a esistere nel ricordo di chi l’aveva vissuta. I suoi ex allievi, ormai maestri a loro volta, trasmettevano ai giovani le stesse lezioni, gli stessi principi. La frase incisa sui diplomi rilasciati a fine corso continuava a riecheggiare nei cuori di chi aveva avuto la fortuna di varcare la soglia della Scuola Artigianelli: “Chi ti ha insegnato un giorno il lavoro, è tuo padre per la vita.”
E così fu. Anche dopo la sua scomparsa, Attilio Toniolo restò vivo nei racconti dei suoi ragazzi, nei gesti di chi, impugnando un martello o una chiave inglese, ripeteva inconsciamente i suoi movimenti. Ogni bullone stretto, ogni truciolo di ferro caduto sul banco, ogni macchina riparata portava con sé un pezzo della sua eredità. Il maestro della forgia non era più, ma il suo spirito continuava a vivere nel lavoro delle mani che lui stesso aveva formato. UMBERTO RAVAGNANI
FOTO: Gruppo di Artigianelli in un carro allegorico della Scuola di A. Toniolo.
NOTA: * Da una testimonianza di Italo Guarda raccolta circa trent’anni fa.
BIBLIOGRAFIA: – L.Mistrorigo, A.Maggio, “Montebello Novecento”, Montebello Vicentino, 1997.
Umberto Ravagnani
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